Fermatevi un attimo, chiudete gli occhi e provate a immaginare: cosa c’è nel loro futuro dei vostri bambini? Come immaginate il loro mondo? E ora ditemi: l’ambiente era incluso nella vostra visione? In che modo?
Diciamolo subito e senza giri di parole: se i bambini non frequenteranno la natura il mondo andrà a rotoli.

Tutt’altro che “nativi ambientali”, mai come in questa epoca i bambini sono stati così separati dalla natura, da quella stessa natura di cui hanno bisogno e senza la quale non possono sperare di sopravvivere. Ma se non recupereranno quel legame, allora saranno ancora meno pronti dei loro genitori ad avere cura del mondo in cui vivono. Il rischio è un futuro ancor più segnato dalle disuguaglianze, dall’emigrazione, dalla povertà idrica e alimentare e dalle ingiustizie sociali, perché in un mondo sempre più arido e sempre più povero di risorse fondamentali come suolo, acqua e cibo, potremo solo sperare di trovarci nella parte più fortunata del globo.
Ma cosa vuol dire avere cura? Vuol dire avere chiaro il proprio ruolo e la propria posizione nel pianeta, tra gli altri popoli e tra le altre specie, essere consapevoli delle conseguenze dirette e indirette che le proprie scelte e i propri comportamenti hanno sulla natura, sull’economia e sulle persone ed essere in grado di modificare il proprio agire in funzione di un rinnovato senso di giustizia che include chi è diverso, chi è lontano, chi ancora non c’è ma ci sarà.
Un atteggiamento tutt’altro che scontato che può essere costruito soltanto se i bambini avranno la possibilità di stare nella natura e con la natura, di frequentarla, di toccarla, di sperimentarla e di viverla, di entrare in relazione con tutto ciò che la parola natura contiene e rappresenta e di connettersi profondamente con l’altro da se’. È come un’equazione direttamente proporzionale: se il tempo e le esperienze dei bambini in natura crescono, cresce anche la loro capacità di compiere scelte e azioni sostenibili una volta diventati grandi.
Le ricerche hanno mostrato una forte correlazione tra il tempo speso in natura da bambini e lo sviluppo di atteggiamenti pro-ambientali da adulti.

In un paper review pubblicato lo scorso mese di marzo, il Prof. Keith Kozloff, economista ambientale e Dottore di ricerca in economia agraria e applicata presso l’Università del Minnesota con un master presso l’Università del Wisconsin, ha esaminato proprio la relazione tra il tempo speso a contatto con la natura durante l’infanzia e i comportamenti pro-ambientali sviluppati in età adulta chiedendosi perché, nonostante l’accumulo delle conoscenze scientifiche, gli sforzi delle istituzioni e un numero crescente di persone che si dichiarano preoccupate per le sorti del pianeta, le emissioni di carbonio e la perdita di habitat e
biodiversità continuino ad aumentare. Ebbene, i risultati dello studio sono stati più che trasparenti:
alla base degli atteggiamenti pro-ambientali c’è un forte senso di connessione con la natura, che si sviluppa in età infantile attraverso il contatto e la frequentazione assidua con il mondo naturale.
Informare, dunque, non basta, è necessario che le persone facciano esperienza della natura per sviluppare un legame con essa. Esistono infatti molti percorsi che possono portare a comportamenti adulti a favore dell’ambiente ma le esperienze dirette appaiono più significative e maggiormente in grado di porre le persone in connessione con la natura e sviluppare un’identità ecologica. In altre parole la capacità di agire non è frutto del sapere ma è frutto dell’amare. Lo diceva molto bene S. J. Gould quando affermava che “non possiamo vincere questa battaglia per salvare specie e ambienti senza creare un legame emozionale tra noi e la natura, poiché non lotteremo per salvare ciò che non amiamo, ma che apprezziamo solo in qualche senso astratto“. Appare fondamentale che gli adulti, genitori ed educatori, si facciano carico del diritto dei bambini alla natura, garantendo un giusto tempo all’aperto soprattutto a quei bambini in condizioni di segregazione dall’ambiente naturale per questioni abitative, economiche o culturali, tanto più se si considera che la natura potrebbe avere un’importante funzione protettiva nei confronti di questi soggetti, più esposti alle patologie connesse con la vita in città e al chiuso.
Quali attività sviluppano una maggiore connessione con la natura?
Portare i bambini al parco o iscriverli ad un corso di orticoltura potrebbe non essere sufficiente. Alcuni ricercatori ritengono infatti che le attività non strutturate autodirette come il gioco libero, l’esplorazione, la costruzione e risoluzione di problemi reali o immaginati che consentono il divertimento, la curiosità, la creatività e la meraviglia, hanno maggiori probabilità di stimolare la connessione affettiva con la natura rispetto alle attività strutturate e dirette dagli adulti. Il contatto diretto, l’emozione, il significato, la compassione e la bellezza sono percorsi che forniscono una cornice valoriale di forte impatto emotivo che migliora la connessione con la natura, a differenza dei percorsi più tradizionali che pongono maggiore attenzione ai contenuti e alle informazioni. Al contrario alcuni studi sottolineano come le attività ad alto contenuto informativo possano essere controproducenti ed avere un effetto negativo sullo sviluppo di un legame emotivo.
È importante dunque che i bambini siano liberi di agire nella natura senza essere diretti dagli adulti, seguendo i propri interessi e la loro naturale propensione a scoprire, esplorare, giocare e avventurarsi. In natura, in libertà.

La connessione con la natura è infatti “uno stato e un tratto soggettivo che comprende componenti affettive (senso di cura per la natura), cognitive (quanto ci si sente integrati con la natura) e comportamentali (impegno a proteggere l’ambiente naturale)” e comprende l’inclusione della natura nel sé. In pratica, per sviluppare la relazione, l’affinità emotiva e la connessione con la natura è necessario che la natura faccia parte della propria vita e sia la cornice dei nostri ricordi e delle nostre esperienze migliori, perché se alla natura attacchiamo ricordi felici di esperienze positive ed emotivamente significative, allora sarà quello il luogo che ameremo e al quale vorremo tornare.
Ma non è solo una questione di cosa fare in natura, è anche una questione di tempo. Come confermano alcuni studi che confrontano interventi simili con durate diverse, un tempo maggiore corrisponde ad una maggiore connessione con la natura. Al contrario, il livello di biofobia nei bambini pare inversamente proporzionale al tempo che essi trascorrono in natura a contatto con altre specie: i bambini che hanno più paura sono quelli che hanno meno esperienza di ciò che temono. Quanto tempo? Almeno 1000 ore fuori ogni anno, secondo la terapista pediatrica Angela Hanscom che nel bosco di Timbernook ha curato migliaia di bambini dalle patologie più disparate utilizzando proprio la natura come strumento di cura e prevenzione.
Il contatto con la natura come garanzia di benessere e investimento per il pianeta
Se la ricerca empirica supporta una forte correlazione positiva tra l’esperienza infantile nella natura e i comportamenti pro-ambientali degli adulti, allora possiamo strutturare gli interventi che migliorano la vita dei bambini guardando anche al futuro del pianeta, cercando di rafforzare l’attivismo delle prossime generazioni. In qualità di educatori e genitori impegnati a garantire un futuro ai nostri giovani, dobbiamo renderci conto che le preoccupazione per il lavoro e la sicurezza economica passano in secondo piano se consideriamo i rischi ben più concreti legati alla sicurezza climatica, idrica e alimentare: la nostra priorità, in questo momento, deve essere dunque l’ambiente e la garanzia di un pianeta in salute alle generazioni presenti e future. In quest’ottica, lo strumento della natura può essere usato con maggiore consapevolezza per raggiungere un duplice obiettivo: garantire il benessere delle generazioni presenti e assicurare al pianeta una classe di adulti più matura, più consapevole e più pronta ad agire nel presente, per il futuro.
C’è di più: i bambini che sviluppano più connessione con la natura percepiscono un maggior senso di felicità, sensazione che tende ad essere duratura e a sviluppare un approccio più positivo, più aperto e più resiliente alla vita. E non è proprio ciò che ogni genitore vorrebbe per i propri figli?






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