Quando a morire di rifiuti è la fauna selvatica

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Questo è quello che succede ogni qual volta i nostri rifiuti o i nostri oggetti, qualsiasi ne sia il motivo, finiscono nell’ambiente. Questo giovane Gabbiano (dal piumaggio si capisce che è nato questa primavera) probabilmente non sopravviverà a lungo all’ingestione di materiale artificiale e, purtroppo, come lui tanti altri e di tante altre specie. Pesci di ogni specie e taglia, tartarughe, cetacei, uccelli marini e organismi filtratori, compresi tutti quelli che finiscono nella catena alimentare umana, ingeriscono loro malgrado una quantità tale di plastica e altro materiale artificiale che spesso finiscono per morirne. E non pensiamo solo a quelli che vivono nei nostri mari, a contatto più o meno ravvicinato con l’uomo ma anche quelli lontani qualche migliaio di chilometri dalle zone abitate. E’ tristemente noto a questo proposito l’agghiacciante filmato realizzato da Chris Jordan proprio per raccontare l’atroce morte di centinaia di animali di un piccolo atollo delle isole Hawaii, nell’Oceano Pacifico del Nord, lontano oltre 2000 miglia dalla costa continentale (potete vederlo qui). Perché accade questo? Il più delle volte il motivo è molto semplice: perché noi uomini non siamo abituati a pensare alle conseguenze. In questo caso le conseguenze dei nostri gesti. A differenza di ciò che si è portati a pensare la maggior parte delle persone che in una maniera o in un’altra si rendono protagoniste o complici di gesti che danneggiano l’ambiente, le altre specie e i propri conspecifici non hanno la percezione e la consapevolezza delle conseguenze del proprio gesto. A differenza di ciò che si è portati a pensare la maggior parte di queste persone è disponibile a cambiare il proprio atteggiamento e a non ripetere quegli stessi gesti dal momento in cui le si informa circa le loro conseguenze. Il fatto che tutte queste persone non arrivino da sole a tale consapevolezza non ha nulla a che fare con la stupidità o con la superficialità e, talvolta, neanche con l’ignoranza (intesa in senso canonico). Queste persone semplicemente mancano di una formazione in materia ambientale e non è mai stato insegnato loro a percepire se stessi come una parte del proprio ambiente. E ovviamente si parla della stragrande maggioranza della popolazione. E purtroppo sarà così fintanto che l’educazione ambientale non sarà ritenuta, al pari di altre materie, una disciplina fondamentale per la crescita e la formazione dell’uomo. Nessuna speranza allora? Certo che si. Un tempo noi adulti subivamo l’informazione da quei pochi media di cui disponevamo (tv e giornali); erano loro a scegliere su cosa informarci e come. Oggi per fortuna questo tempo è finito. Grazie ad internet e alle connessioni che esso ha generato tra noi e gli altri e tra noi e il mondo oggi abbiamo il potere di scegliere da soli su cosa informarci e come e l’immagine qui riportata probabilmente l’abbiamo già vista altre volte. Scegliamo dunque di divenire adulti consapevoli che siamo una parte, una piccola parte, del mondo che ci ospita e che, pertanto, le nostri azioni si ripercuotono su di esso e scegliamo quali azioni compiere e quali non compiere più. Solo così, solo educando noi stessi, potremo educare i nostri cuccioli e garantirgli un mondo migliore.

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