Earth overshoot day: il 20 agosto la terra ha esaurito le risorse

ImmagineEarth overshoot day vuol dire letteralmente “giornata mondiale in cui si oltrepassa il limite”. Ma di quale limite stiamo parlando? Purtroppo non si tratta di un evento divertente e libertino in stile carnevalesco, anzi. L’earth overshoot day è il giorno in cui, nell’arco di un anno, la terra esaurisce le sue risorse. O meglio: NOI esauriamo le sue risorse.

Ogni essere vivente attinge risorse dal proprio pianeta per sopravvivere: acqua, cibo, terra, aria pulita, minerali sono tutti beni che la terra non solo ci mette a disposizione ma che è anche in grado di rigenerare attraverso complessi cicli biogeochimici. I tempi di completamento di tali cicli sono estremamente variabili e, se usiamo come unità di misura il tempo di una vita umana, possiamo raggruppare le risorse che essi producono e di cui necessitiamo per sopravvivere in tre grandi gruppi: quelle che si rigenerano ininterrottamente come il sole, il vento, le maree ecc. e che per questo vengono dette “risorse rinnovabili”, ossia si rinnovano costantemente nell’arco di una vita umana e sono quindi sempre a nostra disposizione (almeno per il momento); quelle che hanno bisogno di tempi relativamente lunghi ma sempre calcolabili nell’arco di una vita umana, come l’acqua o il suolo, e che vengono per questo indicate come “risorse parzialmente rinnovabili”: risorse da impiegare con parsimonia, facendo attenzione a non usarne di più di quanto il loro ciclo ci garantisca; quelle che hanno bisogno di tempi infinitamente lunghi, molto superiori al tempo di una vita umana, come i combustibili fossili, e che vengono per questo designate come “risorse non rinnovabili”: una volta esaurite saranno scomparse per sempre, almeno in termini umani. Per questo l’impiego di tali risorse dovrebbe essere l’eccezione, non la regola.

Logica vorrebbe che l’uomo basasse la sua vita sull’impiego di risorse rinnovabili, usasse con parsimonia e per gli impieghi strettamente necessari quelle parzialmente rinnovabili e non usasse affatto, o usasse solo in particolari casi, quelle non rinnovabili. O almeno la logica vorrebbe che si facesse ogni sforzo possibile e immaginabile e che la ricerca fosse pagata per raggiungere questo obiettivo. Inutile dire che le cose stanno esattamente al contrario. La nostra vita è interamente basata sui combustibili fossili e ancora troppo poco si parla della crisi energetica a cui stiamo andando incontro. Oggi le nostre vite sono intrise di petrolio: è nel cibo che mangiamo (l’intero comparto agricolo si basa sul petrolio), nell’energia che utilizziamo, nei vestiti che indossiamo e in ogni altra più piccola dimensione della nostra vita. Cosa faremo tra poco, quando il petrolio sarà finito? La risposta è un sonoro “Bo?”. Il secondo tipo di risorse che più utilizziamo, neanche a dirlo, sono quelle parzialmente rinnovabili. Le utilizziamo in maniera così massiccia e così stupida che le stiamo esaurendo nonostante la loro capacità di rigenerarsi. Basti pensare che l’industria nella sua totalità si basa sull’impiego di acqua dolce, cioè di quella piccola, piccolissima quantità di acqua (l’acqua dolce rappresenta solo l’1% sul totale delle acque del pianeta) che dovrebbe servire esclusivamente per bere, mangiare, irrigare, allevare. O ancora si pensi all’uso scellerato che facciamo del suolo: un esempio su tutti sono le distese di campi fotovoltaici che stanno sorgendo in Italia, tutti su terreni che sarebbero preziosi per coltivare cibo o per produrre ossigeno mediante lo sviluppo di prati e boschi. Perché non utilizzare a questo scopo le distese di tetti di case, palazzi e capannoni che già insistono sul nostro territorio? Un mistero tutto italiano che la nostra classe dirigente (dirigente?) ancora deve spiegarci. Va da se che le risorse di cui ci serviamo meno sono proprio quelle rinnovabili, attualmente utilizzate poco e male. Anzi, malissimo, come già si era capito dal caso del fotovoltaico a terra di cui sopra o come è facile intuire osservando l’eolico selvaggio che sta deturpando quei pochi scampoli di paesaggio rimasto a scapito dei valori paesaggistici e della fauna selvatica. E la ricerca in materia? Ovviamente priva di fondi, qualcosa che evidentemente i  nostri politici considerano inutile. Quelli che fanno ricerca in questo campo sono solo le aziende, che ovviamente hanno l’unico scopo di guadagnare e, per questo, sono capaci di rendere insostenibili le fonti più rinnovabili che possiamo immaginare.

Se incrociamo questo insensato utilizzo delle risorse con il numero di abitanti presenti oggi sul pianeta e con lo stile di vita che essi hanno e pretendono di continuare ad avere allora è facile intuire che esse potrebbero non bastare. Ma quali e quante risorse ogni anno il nostro pianeta ci mette a disposizione? E quante ne consumiamo? Oggi siamo in grado d rispondere a queste domande grazie al lavoro svolto a partire dagli inizi del 2000 dal Global Footprint Network, un network di scienziati e ambientalisti che negli anni ha messo a punto e perfezionato un metodo sempre più sofisticato per calcolare quella che oggi è comunemente conosciuta come “impronta ecologica”. Di cosa si tratta? Volendo semplificare possiamo dire che l’impronta ecologica è la quantità in ettari di pianeta che occorre a ciascuno di noi per sopravvivere e garantirsi il rinnovo delle risorse e l’assorbimento degli scarti prodotti. In altre parole essa è il peso, in termini di sfruttamento delle risorse, che ciascuno di noi ha sul pianeta (se volete approfondire vi consiglio il sito che il WWF Italia ha dedicato proprio a questo argomento, dove potrete tra l’altro affrontare un gioco – test che vi consentirà di calcolare l’impronta ecologica della vostra famiglia http://www.improntawwf.it/ ma cercando in internet troverete davvero tantissimo materiale al riguardo). Oggi tale peso è estremamente variabile da una popolazione all’altra in funzione del grado di sviluppo delle nazioni, con una forte tendenza, purtroppo, verso il modello occidentale. Attualmente la quasi totalità delle risorse che la terra mette a disposizione è sfruttato e depauperato dall’Occidente, America in testa ed Europa che segue a ruota libera. Cerchiamo di capirci: abbiamo un solo pianeta ed esso deve dare a ciascuno di noi una certa quantità di risorse. Sappiamo che queste risorse sono limitate e che non sono distribuite equamente sul pianete, quindi abbiamo bisogno di sapere quante sono, quante ne utilizziamo e quante potremmo permetterci di utilizzare. Ebbene le aree biologicamente più produttive ammontano a circa 11,3 miliardi di ettari di superficie. I restanti tre quarti della superficie del globo, comprendenti deserti, ghiacciai ed oceani profondi, sono caratterizzati da livelli molto bassi di bioproduttività, troppo dispersi per essere presi in considerazione. Quindi cosa succede se dividiamo questa superficie di terreno per il numero di abitanti? Nel 2005 ad esempio, si contavano 13,6 miliardi di ettari di terra ed acqua a disposizione di 6,5 miliardi di persone, che significa una media di 2,1 ettari per persona.. Ed eravamo “solo” 6 miliardi di abitanti. Oggi siamo quasi 8 miliardi, con un tasso di natalità che supera vertiginosamente quello di mortalità, determinando ogni giorno una crescita esponenziale della popolazione mondiale, e che si intreccia disastrosamente con un consumo di risorse che va continuamente aumentando. Il risultato è che consumiamo molte più risorse di quanto il pianeta ci metta a disposizione. Secondo i dati attuali stiamo consumando una quantità di risorse che potrebbe produrre un pianeta e mezzo. Ovviamente un pianeta e mezzo non ce l’abbiamo, ne abbiamo uno solo che continua a produrre quella certa quantità di risorse che dovremmo essere in grado di farci bastare. Invece non ci basta. Le risorse che il pianeta produce in un anno noi le esauriamo in poco più di 7 mesi. L’Earth overshooting day è proprio questo. Il 20 agosto abbiamo esaurito le risorse che il nostro pianeta ci aveva messo a disposizione per il 2013. Cosa vuol dire questo concretamente? Vuol dire che per continuare a mantenere questo stile di vita per il resto dell’anno dovremo intaccare risorse sempre più difficili da prelevare, sempre più scarse e che difficilmente si rigenereranno, con un aumento dei costi di approvvigionamento sempre più elevato (come nel caso del petrolio o delle foreste), e per costi non intendiamo solo quelli economici ma anche e soprattutto quelli sociali, che incidono fortemente sulla salute delle popolazioni e sullo scoppio dei conflitti nazionali e internazionali. Inoltre significa che a partire da questo giorno il nostro pianeta non è più in grado di smaltire gli scarti che produciamo (cioè non è più in grado di assorbire la CO2, di purificare l’acqua ecc.) con il risultato che essi si accumulano in atmosfera, nel suolo, nei corpi idrici, andando a influire, ancora una volta, sullo stato di salute delle popolazioni.

Se un tempo le guerre e i conflitti erano generati dalla definizione dei confini e dal possesso dei territori, oggi essi sono interamente generati dal possesso delle risorse. Ma se per prima cosa viene in mente il petrolio esso non è in realtà più al primo posto. Da tempo i grandi potentati hanno capito che l’era dell’oro nero stava per finire e che presto sarebbe cominciata quella dell’oro blu e la gran parte dei conflitti esistenti oggi al mondo sono dovuti proprio al possesso e alla gestione delle risorse idriche. L’acqua è di tutti? No, è solo un’illusione e continuerà ad esserlo finché non apriremo gli occhi su questa nuova forma di minaccia di schiavitù e asservimento. Ma è solo un esempio e tante sono le forme di gestione delle risorse a scopo puramente economico e direttamente a scapito della salute dell’uomo e dell’ambiente. Le risorse che noi oggi assaliamo e sprechiamo in occidente si sporcano inevitabilmente di sangue, di fame, di sete e di malattia sulla pelle del sud del mondo, depauperato e vessato dagli sciacalli umani e incapace di reagire perché stritolato dai conflitti interni e dal disperato bisogno di racimolare le risorse primarie. Il calcolo è facile da fare, è matematica: se io ho a disposizione un ettaro di terra ma ne uso due, vuol dire che quello in più lo sto rubando a qualcun altro. Lo sto rubando a qualcuno che non ha voce e che non può reclamarlo ma che ne ha disperatamente bisogno. Rubando quell’ettaro sto costringendo qualcun altro a vivere sotto la soglia della fame, probabilmente senza l’accesso all’acqua potabile e, probabilmente, in un territorio fortemente inquinato a causa dell’estrazione delle risorse o dello smaltimento illegale di rifiuti.

Ma se le cose stanno così, se ognuno di noi ha concretamente a disposizione solo una piccola quantità di risorse e il resto lo ruba a qualcun altro, perché nessuno di noi se ne occupa? Perché nessuno di noi si preoccupa di sapere quante di quelle risorse ha già consumato e quante ancora ne ha a disposizione? Perché ancora nessuno di noi si occupa di gestire queste risorse affinché durino per tutto il tempo necessario, proprio come si fa con lo stipendio che (forse) riceviamo a fine mese? Perché il sistema educativo non si occupa di trasferire alle nuove generazioni una conoscenza così importante e fondamentale? Perché nella scuola ci sono le ore di educazione musicale, di educazione fisica, di religione (sicuramente importanti, ancor più in un paese fondato sull’arte come il nostro) ma non c’è ancora “l’ora di educazione ambientale”, intesa anche come trasferimento di istruzioni su “come usare il mondo”? Semplice: perché nessuno di noi è messo in condizione di capire. Quel poco che si sente dire sulla crisi ambientale è il più delle volte privo di qualsiasi significato e di qualsiasi rigore scientifico. E il più delle volte ha a che fare con i rifiuti. La questione dei rifiuti in Italia è stata abilmente usata per coprire e oscurare ogni altro genere di problema in materia ambientale. Con la scusa del “problema rifiuti”, problema peraltro di facile risoluzione se solo lo si fosse voluto risolvere, le istituzioni hanno tolto qualsiasi possibilità di finanziamento ad ogni altro aspetto, lasciando ai fondi comunitari l’onere di gettare qualche goccia in un mare di vuoto. Per non parlare dell’approccio all’educazione ambientale (disciplina che avrebbe proprio il compito di colmare queste lacune e di traghettare la popolazione verso una maggiore consapevolezza del proprio posto e del proprio ruolo su questo pianeta) che ha di fatto condannato questa materia a restare sullo sfondo, defilata e a discrezione della sensibilità del docente. Concettualmente è giusto dire che, essendo l’educazione ambientale una materia interdisciplinare, deve essere ogni singolo docente della scuola ad inserirla nel proprio programma, evidenziando i legami che intercorrono tra essa e la materia insegnata. Ma come mettiamo i docenti in grado di fare ciò? Ci affidiamo alla fantasia e alla buona volontà? Al corso di Didattica generale frequentato all’Università una delle prime cose che ho imparato è che l’insegnante è la fonte del sapere implicito, colui che quotidianamente lavora sul campo ma che il più delle volte non possiede gli strumenti per rendere esplicita e condivisibile la propria esperienza e che questo rientra proprio negli obiettivi della ricerca didattica. Il ricercatore è colui che aiuta l’insegnante a comprendere la propria esperienza, colui che fornisce le parole e gli strumenti per poterla analizzare, comprendere e, infine, socializzare e la formazione che i docenti  continuano o dovrebbero continuare ad acquisire nel corso della propria carriera assolverebbe proprio a questo scopo. Perché non si diventa insegnanti una volta sola, lo si diventa tutti i giorni, affrontando ogni giorno nuove situazioni, nuove esperienze, nuove relazioni. Perché ciò non è vero per l’educazione ambientale? Perché non si ritiene necessaria la figura di un esperto che formi gli insegnanti in questo settore alla luce delle sempre nuove acquisizioni della scienza? Perché le istituzioni non si preoccupano di mettere in condizione i propri cittadini, tutti i propri cittadini, di comprendere la questione ambientale? Forse perché poi non si potrebbe più praticare in santa pace lo sciacallaggio del territorio, proprio come si fa oggi? Forse perché una popolazione istruita  e competente costituirebbe un rischio per gli enormi giri di affari e i tanti favori che oggi ci si scambiano in materia di rifiuti, di acqua, di territorio? Forse perché una popolazione sveglia e attenta non sarebbe una così avida consumatrice con sommo dispiacere dell’industria e del commercio? Quel che è certo è che le nostre istituzioni e la nostra classe politica si sono dimostrate completamente incapaci (qualunque ne siano i motivi) di gestire la questione ambientale e questo vuol dire che tocca interamente a noi (genitori, insegnanti, educatori, cittadini) svegliarci e diventare coinvolti e competenti per assicurare un futuro a noi e alla nostra terra. Se fino a pochi anni fa noi tutti subivamo l’informazione perché la tv e i giornali di stato erano gli unici mezzi che avevamo a disposizione oggi non è più così. La rivoluzione digitale ha avuto il merito di metterci in condizione di scegliere come informarci, su cosa e da quali fonti. Quello che ci resta da fare è acquisire gli strumenti per discernere e filtrare ciò che ci viene proposto. Oggi più che mai il senso critico nell’analizzare i fatti e le notizie è fondamentale e proprio questo è il nuovo orizzonte dell’educatore: aiutare gli altri ad acquisire gli strumenti per in-formarsi consapevolmente. A questo punto non abbiamo più scuse. Da oggi in poi la responsabilità è interamente nostra.

Speranze per il futuro? Si, tante. Altrimenti non farei questo lavoro.

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