La natura è pericolosa?

Sapete qual é il numero di bambini che finisce ogni anno al pronto soccorso a causa di un incidente domestico? 600.000.

Gli infortuni sono causati principalmente da cadute o scivolamento su pavimenti (20,1%), dalle scale (4,5%), da elementi strutturali della casa (20,5%). Eh già, perché quando si cade in casa si cade sul duro e si hanno ottime probabilità di andare a finire su angoli e spigoli. Non é un caso che le indagini statistiche pongono proprio l’abitazione come uno dei maggiori luoghi a rischio di incidenti, soprattutto per i bambini.

E sapete qual’è il numero di bambini coinvolti in incidenti stradali in qualità di passeggeri? 8000 feriti e 25 morti tra 0 e 14 anni solo nel 2017.

Eppure nessuno di noi impedirebbe ai bambini di andare in auto, di salire e scendere le scale o in generale di trascorrere così tanto tempo in ambiente domestico. E allora perché impediamo loro di frequentare la natura? Perché le persone percepiscono l’ambiente naturale, il fuori, come quello più pericoloso?

Certamente in natura esistono dei rischi legati alla possibilità di allontanarsi e perdersi, alla presenza di animali e piante portatori di possibili allergeni o ad aspetti connessi con la natura geologica del territorio come terreni impervi o ripidi, presenza di rocce più o meno appuntite ecc, ma quello che ci fa realmente paura della natura è la sua imprevedibilità. Di più: la nostra impreparazione ad essa. Legati come siamo ad ambienti monotoni, che sono sempre uguali a se stessi e all’interno dei quali sentiamo di avere un controllo, ci sentiamo spiazzati di fronte alla complessità e alla variabilità della natura e ci percepiamo incerti, impreparati, privi di risorse. Ed in effetti nella maggior

parte dei casi lo siamo. La natura non è di per sé più pericolosa di un ambiente domestico e non esiste luogo alcuno in cui il rischio sia pari a zero, ciò che cambia è la nostra educazione al rischio, ovvero la nostra capacità di valutare, minimizzare e gestire il rischio. Eppure le statistiche dimostrano che proprio nell’ambiente domestico, che crediamo di controllare così bene, avvengono gli incidenti più gravi. Capire il perché non è difficile: da un lato il sentirci troppo sicuri può indurci a sottovalutare i pericoli, dall’altro gli ambienti domestici presentano effettivamente dei pericoli le cui conseguenze possono essere molto gravi: asperità, altezze, rischio di ustioni o di venire in contatto con l’elettricità, la presenza di materiali come vetro, lame ecc. sono alcuni degli elementi che rendono la casa il luogo più pericoloso per i bambini. La natura, al contrario, se frequentata con consapevolezza del rischio, può essere il luogo ideale per dare ai bambini l’opportunità di esplorare, di imparare a muoversi sviluppando appieno le capacità fisiche e percettive, di sviluppare la consapevolezza del rischio e di diventare più capaci di valutare correttamente i limiti posti dal proprio corpo in relazione ai limiti posti dallo spazio e dall’ambiente circostante.

A quanti hanno paura che stare fuori sia pericoloso dico: il rischio zero NON esiste, da nessuna parte, neppure in casa, e rinunciare a fare esperienza perché é rischioso non ha senso. Tanto da educatrice quanto da madre non ho mai pensato che i bambini debbano essere privati del rischio, penso piuttosto che debbano essere educati al rischio perché è questo che li rende consapevoli e li responsabilizza, aiutandoli a prendere in considerazione la complessità delle cose prima di fare le proprie scelte. Se consideriamo il gioco all’aperto in ambiente naturale come un’indicatore della qualità della vita dei nostri bambini, cosa che in effetti è, allora diviene chiaro quanto sia importante fornire ai bambini un’educazione al rischio che abbia come punto di partenza proprio le esperienze che consentiamo a loro e a noi stessi di fare. Rischiare non vuol dire soltanto correre un pericolo, rischiare può voler dire essere capaci di fare valutazioni complesse basate sull’osservazione attenta dell’ambiente e la conoscenza del proprio corpo, può voler dire mettersi alla prova, analizzare problemi e trovare soluzione. E non è proprio ciò che dovremmo insegnare ai bambini a fare per diventare adulti? Se ci pensate, vuol dire crescere.

Vieteremmo mai ad un bambino di salire le scale per il rischio di cadere o di mangiare per il rischio di mandare un boccone di traverso? 

Così come insegniamo loro i rischi connaturati alle attività quotidiane come il deglutire, il camminare, l’utilizzare strumenti potenzialmente pericolosi come forbici o forchette, così possiamo educarli ai rischi connaturati alla vita all’aperto in ambiente naturale.

Come fare?

In primo luogo, favorendo esperienze in natura progressive e adeguate all’età e alle capacità dei bambini: quando i bambini sono molto piccoli o poco avvezzi a muoversi in ambienti complessi, ad esempio, possiamo favorire il movimento in ambienti naturali pianeggianti e con substrati più o meno lineari: prati, frutteti, campagne, spiagge ecc. Queste superfici presentano il rischio di una sbucciatura ma offrono ai bambini la possibilità di cadere senza procurarsi fratture perché non sono rigide come il pavimento di casa e

non presentano angoli e spigoli troppo appuntiti. Le piccole asperità create dagli elementi naturali come ciottoli, avvallamenti del terreno, zolle di terra e radici e le irregolarità che le rendono pianeggianti ma non piatte, permettono ai bambini di potenziare il sistema vestibolare e sviluppare l’equilibrio, cosa che li aiuterà a muoversi meglio anche in ambiente domestico. Lo stesso avviene per quanto riguarda la valutazione dello spazio: frequentare ambienti aperti, con spazi e prospettive che cambiano continuamente, permette ai bambini di sviluppare la capacità di calcolare

le distanze e di muoversi in base ad esse, una capacità molto preziosa che li aiuterà non solo a muoversi in ambienti piò piccoli e ristretti senza andare a sbattere contro spigoli, angoli ecc, ma anche a gestire lo spazio di un foglio bianco durante le attività espressive o quello sulla lavagna durante le attività scolastiche. Quando genitori e insegnanti riferiscono di bambini impacciati, che vanno a sbattere, che non sanno utilizzare correttamente lo spazio in cui muovono le mani o il loro stesso corpo, dovrebbero ricercare la causa proprio nella vita in ambienti chiusi e sempre uguali durante l’età evolutiva.

Quando i bambini hanno acquisito buone capacità di camminare su superfici ricche di irregolarità (e quando mostrano di volerlo fare), possiamo sostenere la voglia di arrampicarsi offrendo ambienti più ricchi di elementi naturali come tronchi caduti, grosse radici o grossi sassi arrotondati e via via così, dando ai bambini la progressiva libertà di sperimentare il proprio corpo in ambienti sempre più complessi e diversificati, acquisendo padronanza di movimento e impararando prima a percepire e poi a valutare i pericoli e

le proprie capacità in relazione ad essi.

Quando è il momento di frequentare la natura?

Per tutti questi motivi, per la capacità che la natura ha di sostenere lo sviluppo emotivo e intellettivo e per l’importante funzione protettiva che il contatto con la natura ha sulla nostra salute, dovremmo frequentarla sempre ma l’età in cui la frequentazione con la natura si

mostra strategica è proprio la prima infanzia. Da zero a sei/otto anni, quando i bambini sono più impegnati nella formazione di conoscenze e competenze basilari come la padronanza del corpo, l’attribuzione di significato a fatti e fenomeni, il controllo dei propri stati emotivi e lo sviluppo delle competenze logiche e linguistiche, la natura fornisce un insieme di opportunità impareggiabili che sostengono la crescita piena e consapevole del bambino, con risultati che si ripercuotono positivamente su tutti gli aspetti della loro vita.

E noi adulti?

Nelle nostre vite sempre più artificiali, possiamo assumerci la grande responsabilità di diventare mediatori consapevoli tra la natura e i bambini, offrendo loro la possibilità di fare esperienze e di avere vite più ricche, più interessanti e più positive. Per poter permette ai bambini di fare tutto questo, dobbiamo noi per primi sviluppare atteggiamenti e competenze adeguati:

in primo luogo, il buon senso! Restiamo sempre dove ci sentiamo al sicuro, facciamo in modo di sapere sempre esattamente dove siamo e teniamo sempre con noi l’equipaggiamento di base per far fronte ai piccoli incidenti che potrebbero succedere all’aperto: un cerotto, una pomata per le punture, dell’acqua pulita.

Se non siamo troppo avvezzi a frequentare ambienti naturali, educhiamoci assieme ai bambini a farlo: cominciamo noi stessi ad approcciarci ad ambienti semplici e circoscritti imparando ad osservarli, a muoverci al loro interno e a valutarne caratteristiche, potenzialità e percoli passando via via ad ambienti sempre più complessi. In questo modo ci sentiremo progressivamente più tranquilli e svilupperemo atteggiamenti rassicuranti che saranno fondamentali per permettere ai bambini di fare esperienza. Se noi siamo ansiosi, infatti, anche i bambini lo saranno, non è un caso che le paure (quando non fobie vere e proprie) sviluppate dai bambini siano indotte o addirittura trasferite dai genitori e questo può avere effetti drammaticamente bloccanti che si ripercuoteranno anche sulla loro vita adulta.

La frequentazione di ambienti naturali progressivamente più complessi deve essere accompagnata dall’osservazione attenta dei bambini al loro interno: come si muovono, come li osservano, come li sperimentano, qual è il loro grado di percezione del pericolo e quanto sono disposti a prendere rischi. Leggere l’ambiente alla luce delle possibilità e dell’attitudine dei bambini, ci rende capaci di scegliere di volta in volta i luoghi più adeguati in relazione al grado di sviluppo delle loro capacità e del loro senso di

responsabilità. Mentre li accompagniamo, è importante che impariamo a regolare la nostra tensione a intervenire, cercando di stare sempre un passo indietro e di dare aiuto solo se i bambini o la situazione lo richiedono, permettendo a loro di mettersi alla prova e a noi di imparare a dare fiducia pur restando pronti a sorreggerli e sostenerli, tanto con il corpo, quanto con le parole.

Le parole poi, spesso sottovalutate, hanno il potere di spronare o bloccare, sostenere o ostacolare, dare fiducia o generare insicurezza e le parole che sappiamo utilizzare durante queste esperienze hanno il potere di risuonare per tutta la vita dei bambini. È necessario quindi sviluppare linguaggi e toni di voce che siano in grado di promuovere l’esperienza pur invitando a prendere precauzioni, lasciando a casa le urla di paura, gli allarmismi, i “te l’avevo detto che saresti caduto” e i “non correre, non sudare, non cadere”, come dire non essere un bambino. Un linguaggio adeguato al contrario può aiutare i bambini a prendere consapevolezza di pericoli specifici senza generare ansie, timori e senza essere bloccante: “vedi quella patina verde sulle rocce? È muschio. Se c’è devi fare attenzione perché le rende scivolose”, oppure “guarda bene alla tua destra, il terreno è molto ripido, meglio camminare da quest’altro lato” o ancora “conosci questa pianta? Allora è meglio non toccarla”. E se i bambini si fanno male? Ancor di più in questo caso, il nostro linguaggio può aver il potere di rassicurare o gettare nello sconforto, di asciugare le lacrime o generare ancor già dolore o ancor più paura. Un linguaggio ben strutturato ha il potere di formare adulti sicuri di se’ stessi, attenti, consapevoli e capaci di gestire l’incertezza in maniera positiva e costruttiva.

La natura non è solo il luogo in cui i nostri bambini imparano a conoscere il mondo e il loro corpo diventando sicuri di sé, è anche il luogo in cui i genitori prendono consapevolezza di un aspetto basilare della loro funzione educativa: il rischio zero nella vita non esiste ma esiste la nostra capacità di imparare a ridurre e gestire il rischio senza che ciò impedisca ai bambini e a noi stessi di vivere e di fare esperienze costruttive e meravigliose, senza che ciò gli impedisca di crescere.

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