Educazione Ambientale: l’errore del Ministro

Il sapere non esiste indipendentemente da colui che conosce e imparare non significa apprendere la vera natura delle cose ma piuttosto costruire significati che sono sempre soggettivi, personali e che partono da una complessa rielaborazione interna. La conoscenza, dunque, è individuale e situata, legata alla possibilità di agire sull’ambiente; l’apprendere è un costruire, un dare senso al mondo a partire dalla propria esperienza personale; lo sviluppo di un nuovo apprendimento è sempre collegato al passato, alle esperienze già condotte e, dunque, alla realtà che si è vissuta. La conseguenza è che non esiste trasmissione diretta di significato.

Se ci pensiamo lo sappiamo tutti, è parte dell’esperienza personale di ciascuno. Quali sono infatti le situazioni in cui avete appreso (e compreso) davvero qualcosa? Quelle scolastiche in cui qualcuno ha provato a travasare dentro di voi un sapere o quelle in cui la vita (o un bravo insegnante) vi ha posto di fronte ad un problema reale che ha richiesto l’attivazione delle vostre risorse personali per essere affrontato?

Seguendo questo filo è facile pervenire alla consapevolezza che alcune cose più di altre non possono essere comprese attraverso un libro e al chiuso di un’aula, separati dal contesto reale, ma hanno bisogno di un’esperienza diretta e materiale su cui agire, un’esperienza che riconosca una volta per tutte l’unità delle sfere affettiva e cognitiva, le quali non sono separabili se si vuole perseguire la comprensione piuttosto che l’accumulo di concetti.

L’educazione ambientale e l’educazione scientifica sono tra quei processi che più di altri richiedono l’immersione nella realtà, l’esperienza diretta, la capacità di saper trovare gli oggetti di studio nei fatti della quotidianità e non possono essere trattate come materie da studiare sui libri di scuola ma, per dare frutti e divenire strumento di interpretazione del mondo e di timone del proprio agire, devono essere piuttosto considerate esperienze di campo che facciano del quotidiano il proprio ambito di indagine, dei fatti reali i propri oggetti di analisi, dei problemi realmente percepiti il proprio case-study e delle emozioni la leva del processo stesso. Come puó infatti un bambino comprendere l’ambiente naturale in assenza di un’esperienza passata, o comprendere i concetti scientifici se essi non partono dalla sua esperienza personale? Come puó una persona dare importanza ai problemi dell’ambiente tanto da assumerli come propri, o alla necessità di saper interpretare correttamente i dati se essi appaiono completamente avulsi dalla propria realtà? Come puó la collettività avere cura di qualcosa che non suscita le sue emozioni, di qualcosa che non ama?

L’educazione ambientale non puó essere trattata come una meteria scolastica e puó essere compatibile con l’indoor soltanto nella misura in cui esso serva a preparare prima e a rieleborare poi l’esperienza in campo, in outdoor, a contatto con i problemi da affrontare, altrimenti il rischio è che divenga una mera trasmissione di conoscenze procedurali. Ma il punto non è tanto sapere cosa fare nell’oggi quanto imparare a ragionare ponendosi le domande più adatte a comprendere i fenomeni e i problemi dell’ambiente nell’attualità in divenire e le conseguenze del proprio agire in relazione ad esse; il punto è soprattutto trovare il modo di attivare quell’emotività che da la forza e il coraggio per innescare il cambiamento, perché cambiare richiede impegno e fatica e ciascuno cambia i propri modelli di pensiero (e poi quelli operativi) solo quando il proprio sacrificio è sostanziato da una motivazione personale sufficientemente forte, un tipo di motivazione che sorge quando si tiene a qualcosa, e quel tenere è tutt’uno con il coinvolgimento emotivo che nasce dall’esperienza diretta.

Abbiamo fallito fino ad ora perché abbiamo creduto che informare sui problemi e offrire soluzioni calate dall’alto fosse sufficiente a cambiare i modi di agire delle persone ma l’informazione non è sufficiente a generare cambiamento e le conoscenze procedurali sono sempre un risultato, mai un obiettivo. Del resto in un mondo in continuo e repentino cambiamento risulta del tutto inadeguato l’obiettivo di trasmettere conoscenze che diventano obsolete ancora prima di essere interiorizzate, senza considerare che così facendo non formiamo cittadini in grado di pensare ma automi in grado di eseguire (forse, in qualche caso). E cosa faranno quegli automi quando i problemi saranno cambiati e non ci sarà più qualcuno ad indirizzarli? Ecco perché in mezzo, tra la trasmissione di conoscenze e l’acquisizione di nuove procedure, c’è tutto un fare, un esplorare, un sentire, un’osservare, un toccare, un chiedere e chiedersi, uno sperimentare, un dedurre, un ricondurre a sé che puó essere fatto soltanto in prima persona.

Se il cambiamento dei propri modelli di pensiero volto a far sorgere un’identità ecologica (ovvero la capacità di pensare in maniera complessa e comprendere le proprie relazioni con il mondo) è l’obiettivo dell’EA, l’esperienza personale, emotiva, è il suo strumento, l’outdoor è il suo setting e il sorgere di modelli operativi ecocompatibili è il risultato posto in essere da chi ha interiorizzato ed esperito il processo educativo ed è pronto ad attivare procedure adatte perché è cambiato. Dunque dal sapere al saper essere. E se si sa essere, si sa (e si vuole) fare.

Questo ci porta a mettere ordine li dove si fa ulteriore confusione: l’educazione ambientale non è il risultato dell’educazione civica e non puó essere considerata una sua branca ma, esattamente al contrario, essa comprende l’educazione civica perché né è l’origine. Se fino a un trentennio fa essere buoni cittadini significava saper adottare delle regole di civile convivenza con gli altri, oggi la cittadinanza è un concetto molto più complesso che non ha più a che fare con la possibilità di partecipare alla soluzione dei problemi ma con la capacità di partecipare alla costruzione dei problemi. Saper essere costruttori e anticipatori dei problemi ambientali vuol dire essere in grado di elaborare soluzioni che non riguardano solo l’ambiente ma che hanno ricadute su ogni sfera dell’esistenza. Sviluppare un’identità ecologica infatti non significa solo comprendere come siamo legati all’ambiente naturale ma anche come le nostre azioni influiscono sugli altri, partendo dal vicino di casa per arrivare a colui che non è ancora nato e che pure subirà le conseguenze delle nostre azioni di oggi nel suo presente. Essere educati all’ambiente vuol dire comprendere che l’uso che facciamo delle risorse naturali ha effetti non solo sulla natura e le altre specie ma sui modelli economici, sulle disparità sociali, sulla pace, sulla vivibilità dei propri luoghi di vita e ha quindi ricadute su una scala che va dal vicino al lontanissimo, dal locale al globale, e anche dal qui ed ora al domani che ancora non c’è. Essere educati all’ambiente vuol dire dunque porre in essere atteggiamenti che travalicano la sfera ambientale e si ripercuotono positivamente su quella sociale ed è in sé il più grande esercizio di democrazia a cui si possa ambire perché richiede di riscrivere una costituzione che travalichi i confini politici, culturali e quelli di specie assumendo a proprio paradigma l’unitarietà e la complessità del mondo e i legami che ad esso ci ancorano rendendoci nodi di un’unica rete. L’educazione ambientale è un ponte verso il futuro ma per poterlo costruire è necessario lasciare l’aula e agire nel proprio contesto di vita, percepire che il proprio agire conta, innescare un processo che rigeneri le persone e i luoghi, che offra frutti percepibili da chi è coinvolto nel processo educativo, che trasformi davvero la realtà fuori e dentro di se e generi il desiderio di nuove e più profonde esperienze per questa via.

Dunque ben venga l’ora di educazione ambientale, ma se non saremo pronti a lasciare l’aula e le modalità trasmissive e se l’orizzonte entro cui si muove la Legge 92/2019 (o l’interpretazione che la scuola ne darà) si esaurisce nel ricordare a menadito i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 (altrimenti non si capisce sulla base di cosa si potrà assegnare un voto), allora questa lodevole iniziativa si tradurrà soltanto in un ulteriore, inutile peso sulle spalle di studenti e insegnanti e non potremo parlare di educazione ma soltanto, ancora, di informazione ambientale.

Ma non è più tempo di informare, è tempo di cambiare.

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