I bambini non amano la scuola, ma l’educazione ambientale potrebbe cambiare le cose

Perchè i bambini non amano la scuola? E soprattutto, siamo sicuri che i bambini non amino la scuola perchè non amano imparare?

Tutti noi siamo andati a scuola e tutti noi abbiamo sofferto le troppe ore fermi nei banchi, l’aria troppo satura di anidride carbonica per un’aula troppo affollata con finestre chiuse per troppo tempo, la richiesta eccessiva di attenzione per un tempo troppo lungo, le troppe poche pause, il troppo tempo al chiuso (spesso con illuminazione troppo artificiale), le troppe sgridate per la chiacchiera con il compagno (che altro non è che una risposta al bisogno di socializzare), l’uso eccessivo della competizione come strumento per il successo (mentre la natura ci ha programmato per collaborare), il calvario dei compiti a casa (che prolungano il tempo di immobilità ben al di la della scuola e generano diseguaglianza sociale fin dai primi anni di vita), la negazione di ogni tipo di libertà (da quella di andare in bagno a quella di sgranchirsi semplicemente le gambe quando se ne sente il bisogno), e la mortificazione di valere quanto un voto, di essere quel voto e nulla più. Eppure quasi ognuno di noi, una volta diventato adulto, comincia a pensare che questo sia normale, che debba essere così e che ogni bambino debba fare questa esperienza. Ma chiunque pensi che tali condizioni non influiscano (negativamente) sul benessere del bambino e conseguentemente sulle sue capacità di apprendimento è completamente fuori strada e sfido qualunque adulto a sopportare tali condizioni per 6 ore al giorno, 5 giorni su 7.

I bambini non amano la scuola, questo lo sanno tutti, ma quasi tutti banalizzano il problema affermando che non amano studiare o, peggio, che non amano imparare. Ma è vero? Abbiamo mai provato ad ascolatere i bambini e a capire che cos’è che non amano della scuola? Abbiamo mai provato a tornare alla nostra esperienza scolastica e a capire che per un bambino può essere insopportabile e umiliante?
I bambini imparano nei primi anni di vita una quantità di cose che nessun adulto sarebbe in grado di imparare, lo fanno con una determinazione e un entusiasmo che solo l’infanzia conosce, superando ostacoli e difficoltà che farebbero impallidire qualunque adulto e lo fanno spontaneamente per lo più al di fuori del contesto scolastico. Dunque siamo davvero sicuri che non amino imparare? Non sarà piuttosto che non siamo in grado di fornire loro un contesto scolastico adeguato?
I bambini trascorrono a scuola metà del tempo della loro infanzia e adolescenza e lo fanno in un ambiente completamente inadeguato sotto ogni punto di vista, da quello fisiologico a quello ambientale. “Nelle scuole esistono condizioni di vita così anormali da far risaltare caratteri di difesa e di stanchezza, invece di rilevare l’espressione di energie creative che aspirano alla vita” (Maria Montessori). Si pensi che nella sola città di Torino il 99% delle scuole presenta valori di biossido di azoto superiori al valore di 20 µg/m3 (al di sopra del quale si osservano effetti negativi sulla salute), il 40% delle 71 scuole dell’infanzia e primarie analizzate presenta valori oltre i limiti di legge e alcune scuole del centro e persino all’interno della ZTL sono fuori dai limiti di legge (dati ARPAT). L’esposizione al particolato e agli altri inquinanti aero-dispersi impatta negativamente non solo sulle condizioni di salute generali ma anche sullo sviluppo cognitivo e quindi sul rendimento scolastico degli studenti: è stato dimostrato che nelle scuole con i più bassi livelli di polveri ultrafini da traffico veicolare (carbonio e biossido di azoto), gli indicatori dello sviluppo cognitivo segnano fino a un 13% in più di attenzione e capacità di memorizzazione rispetto alle scuole con una scarsa qualità dell’aria e presenza di più alte concentrazioni di inquinanti. Anche per quanto riguarda l’anidride carbonica il progetto di ricerca “Il cambiamento è nell’aria” promosso dalla Libera Università di Bolzano ha rilevato concentrazioni di CO2 che superano per più dell’80% del tempo la soglia massima suggerita mentre la portata di ventilazione si è attestata sotto la soglia minima prescritta per oltre il 95% del tempo di esposizione. Sappiamo anche che la vicinanza alle aree verdi e il contatto con la natura riducono notevolemente la probabilità di sviluppare disturbi neurologici e migliorano sensibilmente il rendimento scolastico e per fortuna alcuni paesi europei, Finlandia in testa, hanno da tempo trasformato le proprie scuole e i propri programmi scolastici mettendo al centro le caratteristiche, le esigenze e i diritti del bambino, inventando un nuovo modo di fare didattica basato sull’esperienza concreta e volto a rendere finalmente i bambini protagonisti del proprio percorso formativo.

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Il risultato sono scuole con ampi spazi e lunghi tempi all’aperto, ben progettati per far si che il contatto con la natura stimoli il movimento, l’apprendimento informale e il benessere psicofisico, scuole in cui lo spazio al chiuso è progettato per favorire la collaborazione e lo scambio tra i bambini e nel quale i bambini possono muoversi liberamente, scuole in cui si possono trovare veri laboratori con veri attrezzi che danno la possibilità di produrre veri oggetti, i quali per essere prodotti hanno bisogno che i bambini utilizzino o acquisiscano conoscenze di matematica, geometria, fisica ecc, scuole i cui spazi e attività non sono progettati per eliminare i rischi ma per insegnare ai bambini a gestirli. Il risultato sono scuole accoglienti, interessanti e stimolanti nelle quali i bambini possono sviluppare le proprie capacità fisiche e mentali in maniera armonica e integrata, scuole che i bambini amano.
Da anni sappiamo che:

  1. la scuola tradizionale può essere un’esperienza molto negativa perchè non rispetta le naturali esigenze di movimento, gioco, socializzazione e sperimentazione del bambino
  2. che tante ore al chiuso e in ambiente costruito sono la via d’accesso preferenziale all’obesità, ai disturbi della vista, dell’attenzione, del sistema vestibolare, di quello respiratorio, ecc.
  3. che gli ambienti chiusi e affollati sono anche quelli più inquinati e pericolosi per la salute
  4. che il contatto con la natura migliora la concentrazione e favorisce l’apprendimento, producendo serenità e benessere e portando un immediato e prolungato miglioramento della salute mentale
  5. che non si impara con la costrizione e l’indottrinamento ma con la possibilità di sperimentare, collaborare, scegliere, partecipare
  6. che una scuola diversa è possibile e ampiamente auspicata fin dal secolo scorso dai più grandi pedagogisti del nostro tempo
  7. che gli istituti scolastici sono tra i più grandi proprietari terrieri di tutto il mondo, sono oltre 40.000 in tutta Italia ed arrivano a rappresentare, in alcune città, oltre il 30% del verde pubblico (dati WWF Italia), quindi non è lo spazio aperto ciò che manca

Eppure solo una pandemia e molte migliaia di morti hanno portato alla ribalta le scuole all’aperto, le tante esperienze già attive sul territorio nazionale, il modello finlandese. Un fatto positivo, no? No, se dopo 4 mesi non siamo ancora in grado di uscire dalla contingenza e il dibattito muore tra banchi a rotelle e didattica a distanza o in presenza. Abbiamo invece bisogno di una riflessione di più ampio respiro su come stiamo pensando ai nostri bambini e su quale sia il progetto educativo che, come collettività, vogliamo portare avanti, abbiamo bisogno di capire che questa scuola (così come lo stile di vita che fanno la gran parte dei bambini italiani) non va perchè non è ciò di cui hanno bisogno i bambini e dobbiamo compiere lo sforzo grande e faticoso di metterci davvero dalla loro parte e ripensare completamente i nostri modelli educativi. Abbiamo bisogno di progettare una scuola nuova e un nuovo modello di famiglia, una comunità educante che sia in grado di rispondere alle esigenze dei bambini in funzione dei problemi del nostro tempo e l’educazione ambientale, intesa come un processo di cambiamento innescato dall’esperienza personale, può portare un contributo fondamentale alla riflessione sulla didattica. Fare scuola sul modello dell’educazione ambientale vuol dire affrontare le materie in funzione di un fatto, di un problema, di un bisogno reale e realmente avvertito dai bambini, lavorando sulla consapevolezza di essere parte del problema e parte della sua risoluzione, vuol dire favorire il contatto col mondo e i suoi fenomeni sociali, ambientali ed economici, fare esperienza del proprio territorio analizzandone le dinamiche e muovere da questa conoscenza locale per arrivale ad analizzare contesti globali, vuol dire comprendere la necessità di cooperare e, di conseguenza l’importanza di ciascuno, vuol dire costruire insieme e trovare nella diversità di punti di vista, di desideri, di approcci, di proposte e di esigenze il punto di forza. Un modello del genere è complesso come complessi sono i problemi da affrontare e insegna a superare la visione statica e compartimentata delle cose, favorendo la capacità di essere resilienti e di muoversi in un mondo in rapido e costante cambiamento, scardina completamente l’attuale sistema di competizione e basa la sua valutazione sulla capacità di lavorare assieme, di generare conoscenza condivisa, di trovare modi creativi e personali di rispondere alle richieste, ai problemi, ai bisogni. Un modello del genere fa della diversità la sua virtù e aiuta a comprendere e includere l’altro, divenendo un esercizio di pace e cooperazione.

Molti educatori lo hanno già sperimentato e ne hanno fatto un modello ben collaudato, perchè non fare un passo avanti e provare a generalizzarlo?

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