I bambini e l’ecologia, aspetti psicologici dell’educazione ambientale, di Passafaro, Carrus e Pirchio

download“La crisi ecologica è una crisi dovuta al comportamento disadattivo delle persone”, scrivevano Maloney e Ward già nel 1973, sottolineando come fosse importante indagare sulle motivazioni, anche psicologiche, che sono alla base dei problemi ambientali o ecologici. Gran parte di essi è infatti causata dai comportamenti umani, i quali sono accompagnati e guidati dai relativi pensieri, sentimenti, atteggiamenti e valori. E’ sempre più evidente quindi che affrontare i problemi ambientali non è solo compito di biologi, ingegneri, fisici o chimici, ma anche degli scienziati sociali. L’ingresso della psicologia e delle scienze sociali all’interno del più generale ambito delle scienze ecologiche è assolutamente indispensabile se si vuole avere un quadro completo delle ragioni sottostanti l’emergenza ambientale in cui il pianeta versa ormai da svariati decenni. Sui comportamenti umani di rilevanza ecologica tendono infatti a influire in maniera cruciale fattori quali sistemi di valori, visioni del mondo e stili di vita che iniziano a svilupparsi in età giovanile e che proprio nelle prime fasi della vita sembrano inoltre maggiormente modificabili. Ma sebbene appaia chiaro il contributo che la psicologia può fornire alla risoluzione delle questioni ecologiche e all’EA, non sembrano invece ancora sufficientemente delineate le modalità e i percorsi attraverso i quali il sapere psicologico scientifico può tradursi in informazione concreta e utile per la pratica dell’EA (e più in generale per la risoluzione delle questioni ecologiche). Tra le possibili ragioni vi è forse la mancanza di un’approfondita riflessione teorica e metodologica sull’argomento. Nell’elaborazione di modelli e metodologie dell’EA non si registra un’analisi approfondita e sistematica dei fattori psicologici e sociali che vengono chiamati in causa, facendone spesso un’attività orientata in senso pragmatico che cerca soluzioni semplici e immediate a problemi contingenti, puntando soprattutto sulla trasmissione di contenuti (in genere esclusivamente di tipo scientifico-biologico/tecnologico), ma che è spesso poco attenta sia ai fondamenti pedagogici delle attività svolte sia agli aspetti psicologici dei soggetti in essa implicati. Si registra spesso la tendenza, da una parte, a trattare in maniera indifferenziata concetti/costrutti in realtà teoricamente e metodologicamente distinguibili sotto il profilo psicologico, come quelli relativi ai valori, agli atteggiamenti, alle conoscenze, alle credenze, alla consapevolezza e sensibilità ambientali; dall’altra a dare per scontata l’univocità della struttura organizzativa a essi sottostante, con il rischio di sopravvalutare o sottovalutare il ruolo che di volta in volta l’uno o l’altro fattore può giocare nelle varie e spesso complesse questioni ambientali. Ad esempio uno degli obiettivi principali che gli interventi di EA si sono spesso dati è stato quello di accrescere, nei partecipanti a tali iniziative, il livello di conoscenza (soprattutto scientifico-fattuale) dell’ambiente e delle sue problematiche. Alla base di questa scelta c’è la convinzione che sia possibile influire sulle azioni di rilevanza ecologica delle persone semplicemente informandole dei problemi che affliggono l’ambiente che le circonda e delle questioni ad esso connesse. Ciò non è sempre vero e in ogni caso corrisponde ad una visione parziale delle determinanti dell’azione individuale in campo ambientale. Già dalle prime ricerche psicologiche condotte al riguardo è apparso infatti evidente che i fattori alla base del comportamento ecologico individuale sono molteplici e anche le relazioni tra questi fattori sono più complesse di quelle precedentemente immaginate. Così negli sviluppi più recenti dell’EA si è teso a dare grande rilievo all’azione concreta nell’ambiente, confidando nella capacità di queste esperienze multisensoriali di coinvolgere le emozioni e suscitare stati affettivi in grado di aumentare la consapevolezza ambientale. Piuttosto che raccontare i problemi ambientali avvalendosi del supporto di esperti si punta quindi a far scoprire tali problemi in prima persona, attraverso metodi di indagine partecipata come la ricerca-azione. Inoltre anziché discutere di problemi ambientali lontani dall’esperienza quotidiana delle persone, si cerca adesso di riscoprire i contesti di vita locali e dunque più familiari, dove hanno luogo molte di quelle azioni che causano i gravi problemi ambientali a livello globale. Questi metodi però tendono spesso a venire calati dall’alto per agire su livelli di conoscenze, consapevolezze, emozioni, atteggiamenti, partecipazione cc. di cui, ad esempio, non si rileva mai lo stato di partenza. Una migliore conoscenza di questi fattori costituisce invece un presupposto piuttosto importante anche ai fini di una più adeguata progettazione e attuazione dei metodi stessi. In sostanza ancora oggi la concezione e la pratica dell’EA non si discosta molto da una descrizione di ambienti o di problemi ambientali con un indirizzo concettuale naturalistico tradizionale. Con il rischio che la povertà di proposta culturale che connota questi programmi incida in modo scarsamente positivo su quelle motivazioni che dovrebbero stare alla base dell’obiettivo dell’EA, che è quello della modificazione del comportamento umano verso il proprio quadro ambientale. Emerge ancora l’idea diffusa tra insegnanti e Dirigenti Scolastici e purtroppo anche tra molti operatori che l’EA debba soprattutto occuparsi di fornire indicazioni su comportamenti corretti da tenere  (e dunque farsi portatrice di conoscenze codificate in informazioni, istruzioni, norme, dati ecc.) piuttosto che “innescare processi , attraverso l’adesione del soggetto in formazione, che portino a uno sviluppo armonico della personalità e che determino l’adozione di comportamenti, o meglio stili di vita, dove il rispetto per l’altro (inteso nel senso più ampio possibile) sia fondamento su cui costruire conoscenza, una chiave per dare senso all’esistenza”. Il permanere di una visione dell’EA principalmente legata alla trasmissione di contenuti e norme comportamentali potrebbe trovare almeno in parte spiegazione nell’ambito della costante incertezza sugli obiettivi e sui contenuti dei programmi di EA nei quali gli operatori scolastici di ogni livello (e gli operatori in generale) vengono spesso a trovarsi. In assenza di specifiche attività formative a essi dirette è infatti probabile e comprensibile che essi non possano far altro che attingere alle modalità con le quali essi stessi hanno fatto esperienza dei temi ecologici. In tal modo quella che è spesso una personale attenzione e preoccupazione per le questioni ecologiche li costringe a improvvisarsi educatori ambientali cercando con buona volontà di affrontare questioni e temi che in realtà richiedono una formazione adeguata non solo di tipo tecnico-scientifico, ma anche psicologico e pedagogico.

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Una risposta a "I bambini e l’ecologia, aspetti psicologici dell’educazione ambientale, di Passafaro, Carrus e Pirchio"

  1. Ciao Gent ma Ilaria sono un’operatrice di masseria didattica, con esperienza in giardini educativi /outdoor education.
    VORREI, con immenso entusiasmo, essere informata su eventuali corsi di formazione da Lei previsti

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