Raccontare storie

_storyteller_Anker_Grossvater_1884Sono a tavola assieme ai miei nipoti (acquisiti) di 7 e 11 anni. Sono da poco tornati da scuola e stiamo gustando lo squisito piatto di pasta che la nonna come ogni giorno ha cucinato per loro. La televisione è accesa. L’indomani sarà il compleanno di Andrea, il più piccolo, e di suo zio, il più grande, e ci stiamo preparando per festeggiarli. Mi piacciono i compleanni. Tra tutte le ricorrenze è quella che mi piace di più. Se si vuole bene ad una persona non si può non festeggiare il giorno della sua nascita. Chiacchierando dell’evento la nonna comincia a ricordare il giorno in cui suo figlio (lo zio di Andrea) è venuto al mondo. Racconta di come si usava partorire un tempo, di quanto fossero particolari i lineamenti di quel figlio appena nato, di quanto fosse minuscolo il suo naso, tanto da sembrarne privo e tanto da guadagnarsi l’appellativo di “senzanaso”. Così prende a raccontarci di come fosse stata sua sorella, nel tempo, ad assegnare un soprannome ad ogni nuovo bimbo arrivato in famiglia. E lei li ricorda tutti, quei soprannomi, nonostante la famiglia sia numerosa e le nascite siano state tante. Li nomina uno ad uno senza esitazioni, evocando immagini di bambini mai visti. Le storie, come i soprannomi, scorrono l’una dopo l’altra. La prima è lo spunto per raccontare la seconda, questa è lo spunto per la terza e così via di storia in storia, di ricordo in ricordo. Perché ogni ricordo è solo un piccolo pezzetto di quel grande puzzle familiare che non sarà mai finito fintanto che arriveranno nuovi bambini. Tutti noi siamo fatti di storie. Ognuno è fatto dalle storie che ha sentito raccontare dai propri cari, le storie della propria famiglia e di ogni suo singolo componente. Sono loro, le storie, la nostra identità personale e familiare e sono ancora loro che, tutte assieme, vanno a costruire la nostra identità collettiva. E ognuno di noi influisce su queste identità setacciando i ricordi e scegliendo quali storie raccontare a chi viene dopo. A volte le nostre storie non ci piacciono e scegliamo di buttarle via, in tutto o in parte, oppure di cambiarle, di migliorarle. O meglio, scegliamo di cambiare e migliorare noi stessi per avere storie migliori da poter raccontare. Io sono fatta delle storie di mia nonna, che mi raccontava della vita in una casa di due stanze con sette sorelle e due fratelli, una madre “carabiniera” e un padre amico amato alla follia. Mi raccontava dell’incontro col nonno, di come suo padre fosse stato complice della loro unione e del loro amore sconfinato che li ha resi amanti per tutta la vita e oltre. Mi raccontava degli anni della guerra, del rifugio in una grotta non lontana da casa, di come gli Americani, quando li trovarono, donarono loro cioccolata a volontà. Mi raccontava di Zara, il loro Pastore tedesco, e della passione del nonno per i cani e ancora di quando mia madre era giovane e ribelle. Sono fatta anche delle storie di mio padre in una Sicilia rurale e autentica, della vita in campagna e del viaggio verso il nord alla ricerca di un futuro migliore. E ora sono fatta un po’ anche della storia della famiglia di Andrea, grazie ai racconti di una nonna cresciuta in una Napoli antica e dimenticata. E poi, è chiaro, sono fatta della mia personale storia passata e di quella che sto cercando di scrivere oggi. Le storie hanno fatto la storia dell’uomo e il loro racconto ha spinto in avanti la crescita e l’identità culturale dei popoli, dando ad ogni bambino di questo mondo, per quanto piccolo, un passato dentro il quale poter affondare le proprie radici, costruire se stesso e scegliere i propri valori. Che fossero tramandate disegnandole sulla roccia, raccontandole attorno al fuoco o a letto nella propria cameretta, poco importa. Esse legavano le generazioni l’una all’altra scrivendo la storia del mondo e degli uomini. Ma tutto questo Andrea non lo sa. Mentre sua nonna raccontava la sua storia, inconsapevole del valore umano e pedagogico della sua azione, Andrea guardava la tv, come ogni giorno, come sempre durante quel prezioso momento sociale che è il desco. Le storie di sua nonna non saranno le sue storie e quella Napoli antica e vivida sbiadirà poco a poco per essere dimenticata per sempre. E con lei anche quel potere evocativo che fertilizza l’immaginazione, quel portato emotivo che spinge i bambini a voler ascoltare ancora, mantenendo vivo e sano e approfondendo il legame con gli adulti e insegnando loro a capire il valore del vissuto di ciascuno. Quale straordinaria opportunità è la presenza dei vecchi con le loro storie. Quanto amo i vecchi. Amo anche solo questa parola che non indica inutilità ma esperienza, ed evoca rispetto e considerazione. Nel mio mondo ideale i vecchi sarebbero una risorsa pedagogica irrinunciabile per la crescita culturale, sociale ed emotiva di ogni bambino. Ogni bambino del mondo dovrebbe avere un nonno e conoscere la magia del pendere dalle sue labbra. Ma siccome oggi nessuno viene più educato ad ascoltare essi vengono dimenticati, quasi che la vecchiaia fosse un tempo morto e inutile, semplicemente l’attesa di una fine. Cosa possiamo aspettarci da questi bambini senza storie? Da questa società senza passato che essi, loro malgrado, andranno a costruire? Il tempo che passiamo con i nostri piccoli è già troppo poco e non possiamo permettere che esso sia anche di scarsa qualità. La scelta di metterli al mondo è stata nostra e nostro è il dovere e la responsabilità di garantirgli un tempo che sia solo per noi, per noi e loro assieme. Dobbiamo imparare ad usare bene il nostro tempo con loro perché l’affetto e l’educazione ad essere felici non potrà dargliela nessun gioco e nessun cartoon. Cosa costa tenere la televisione spenta durante il pranzo e parlare di noi? Nulla, direte voi. E invece costa pensiero, impegno, competenza.

Ecco, sono proprio queste le tre cose che dobbiamo imparare a garantire ai nostri bambini: pensiero, impegno, competenza. Possiamo farcela?

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