Plastica, una storia a lieto fine?

Articolo pubblicato sul n. 118/2019 della rivista di cultura ambientale “Ambiente. Educazione e tutela”

La rivista, fondata nel 1989, viene diffusa in circa 30.000 copie con un invio mirato nelle principali sedi istituzionali con i patrocini di AnciTel Energia & Ambiente, Asso Impresa Mena e AssoTurismo, in abbinamento alla guida “I Borghi più Belli d’Italia” di ANCI.

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PLASTICA, UNA STORIA A LIETO FINE?


1861

Parkes brevetta il primo materiale plastico semisintetico, la Xylonite.

1870

I fratelli Hyatt brevettano la formula della celluloide, ideale per rinforzare e impermeabilizzare le ali e la fusoliera dei primi aeroplani e permettere all’uomo di volare.

1910

Baekeland brevetta la Bakelite, che diviene rapidamente la materia plastica più utilizzata.

1912

Klatte produce il polivinilcloruro (PVC).

1913

E. Brandenberger inventa il Cellophane.

1930

Il petrolio diviene la materia prima per la produzione della plastica.

1935

Carothers sintetizza il poliammide, conosciuto meglio come nylon.

1941

Whinfield e J. T. Dickson brevettano il polietilene tereftalato (PET).

1950

Viene prodotta la Formica, una resina che darà vita negli anni successivi alla plastica usa e getta, irrompendo nella quotidianità di milioni di persone e permettendo a masse sempre più vaste di accedere a consumi prima riservati a pochi privilegiati.

1957

Il programma di censimento sul plancton (CPR) avviato nel 1931 per fornire la prima misura su scala pan-oceanica delle comunità di plancton pelagico, raccoglie per la prima volta un rifiuto: il filo di una rete da pesca.

1965

Il CPR cattura una busta di plastica nelle acque del nord-ovest dell’Irlanda.

1969

Lo sviluppo tecnologico permette di utilizzare i diversi tipi di plastica per applicazioni sempre più sofisticate come articoli per i laboratori clinici, per l’industria automobilistica, quella militare e quella aerospaziale, consentendo letteralmente all’uomo di andare sulla luna.

1973

Viene prodotta la prima bottiglia per le bevande gassate in plastica e da questo momento il PET si diffonde massicciamente nell’industria alimentare.

1988

Vengono prodotte nel mondo 30 milioni di tonnellate di plastica.

1997

Viene scoperto il Pacific Trash Vortex, un enorme accumulo di spazzatura galleggiante composto soprattutto da plastica situato nell’Oceano Pacifico e grande quanto gli USA.

2010

Viene scoperta una nuova isola di plastica galleggiante nell’oceano Atlantico, le cui dimensioni sono simili a quelle del Pacific Trash Vortex. Presto le isole di plastica conosciute diventeranno sei. La comunità scientifica e le associazioni ambientaliste intraprendono una massiccia opera di informazione sui problemi legati alla diffusione di plastiche e microplastiche nell’ambiente, la denuncia rimbalza sui media e la conoscenza del fenomeno comincia ad essere diffusa.

2015

L’Europa consuma circa 50 milioni di tonnellate di plastica di cui circa il 40 per cento è plastica impiegata nel packaging dall’industria alimentare. L’Italia risulta essere il primo paese europeo per consumo pro capite di acqua in bottiglia di plastica.

2016

Vengono prodotte nel mondo 335 milioni di tonnellate di plastica con un trend in crescita. Le stime parlano inoltre di circa 15 milioni di tonnellate di plastica che finiscono in mare ogni anno.

2017

Vengono trovate microplastiche nell’acqua potabile.

2018

L’agenzia per la protezione ambientale austriaca scopre nelle feci di 8 cittadini europei 9 diversi tipi di plastiche, (PET e PP in testa). I campioni analizzati contengono mediamente 20 particelle di plastica di grandezza variabile tra i 50 e i 500 micrometri. Nello stesso anno la Commissione Europea deposita la prima bozza della Direttiva Comunitaria sull’inquinamento da plastica, che prevede tra le altre cose l’eliminazione della plastica usa e getta a partire dal 2021.

2019

Su impulso della Direttiva Comunitaria e di una crescente informazione e sensibilizzazione in Italia cominciano ad essere emesse numerose ordinanze Plastic Free (con altrettanti ricorsi al TAR da parte di numerosi produttori di cibi e bevande) e si moltiplicano le iniziative di Associazioni, Enti, esercizi commerciali e privati cittadini volte a scoraggiare l’utilizzo della plastica o a raccogliere quella dispersa nell’ambiente.


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Ci avviamo dunque verso un lieto fine? Non proprio. La plastica conquista improvvisamente un posto tra i grandi mali dell’era moderna e diviene il nemico numero 1 per gli ambientalisti dell’ultima ora che, però, paiono il più delle volte non considerare che il vero nemico non è un materiale con le sue caratteristiche e le sue criticità ma solo il modo in cui scegliamo di utilizzarlo. Da un megafono all’altro rimbalza un messaggio parziale e fuorviante che muove una nuova, superficiale ecologia di massa al grido di “Plastic free” e appaga le coscienze di chi non comprende che: 1) al patibolo non è messa la plastica (che al momento rimane un materiale insostituibile per permettere all’uomo di volare, viaggiare in auto più sicure, usufruire di protesi mediche dalla tecnologia avanzata ecc.) ma solo la plastica usa e getta; 2) la plastica usa e getta non è rappresentata solo da stoviglie, piatti, bicchieri e bottiglie ma praticamente da tutti gli imballaggi che vengono usati in ogni genere di industria, prima fra tutte quella alimentare e 3) che se davvero si vuole essere Plastic Free non basta utilizzare la borraccia al posto della bottiglietta (che comunque sarebbe già un bel passo in avanti) ma è necessario ripensare a tutte le scelte che, in qualità di consumatori, facciamo quotidianamente in un’ottica di zero rifiuti usa e getta e meno rifiuti in generale.


è necessario ripensare a tutte le scelte che, in qualità di consumatori, facciamo quotidianamente in un’ottica di zero rifiuti usa e getta e meno rifiuti in generale


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E l’usa e getta, ovvero i processi mentali e culturali che ci inducono al suo utilizzo, non solo è il grande assente dai messaggi, dai proclami, dagli intenti e dalle riflessioni della maggior parte delle voci che oggi si scagliano contro la plastica ma è proprio il nemico da sconfiggere se vogliamo vincere questa guerra che non è una guerra a un materiale piuttosto che a un altro ma è (dovrebbe essere) una guerra al pensiero comodo – quello di chi si accontenta del messaggio preconfezionato che non richiede di andare oltre, di riflettere criticamente – e all’azione priva di riflessione critica. Eliminare la plastica usa e getta infatti porterà davvero ai risultati sperati o sarà l’origine di nuovi (e non tanto imprevedibili) mali? Se infatti il messaggio rimarrà “Plastic free”, e non “usa e getta free”, le nuove masse rimarranno incapaci di comprendere in che modo le proprie scelte di consumatori incidono sull’ambiente, non intraprenderanno riflessioni sui materiali che sceglieranno di utilizzare, sui costi ambientali della loro produzione e sui nuovi problemi posti dal loro smaltimento e non svilupperanno atteggiamenti più radicali volti alla riduzione dei consumi a monte e alla selezione rigida dei materiali che si sceglie di consumare, col risultato che non faranno altro che sostituire la plastica con nuovi materiali usa e getta, altrettanto costosi da produrre e spesso anche altrettanto difficili da smaltire. “Ma si passerà al biodegradabile”, starete pensando. Ebbene, intanto non tutto il biodegradabile deriva da risorse rinnovabili, e questo già la dice lunga, ma anche nel caso del biodegradabile ottenuto da fonti rinnovabili quali sono le materie prime impiegate per la sua produzione? Al primo posto troviamo gli amidi, amido di mais in testa. E cosa succederà quando le scelte di milioni di persone faranno impennare la richiesta di mais? Va da sé: nuove coltivazioni intensive con massiccio utilizzo di diserbanti, anticrittogamici e altri veleni di sorta e, con ogni probabilità, un’impennata nella deforestazione di zone del mondo lontane dagli occhi e dal cuore di chi consuma con la coscienza lavata dal Plastic Free e magari continua pure ad abbandonare i propri rifiuti dove capita, che tanto sono biodegradabili. L’impatto legato all’utilizzo di questi nuovi materiali (dalla produzione della materia prima, alla lavorazione e allo smaltimento, senza dimenticare il trasporto) potrebbe dunque essere altrettanto devastante e se non impareremo a pensare in maniera complessa e protesa al futuro probabilmente ci sveglieremo domani scoprendo che il nuovo demone da sconfiggere è il Mater-bi o il PLA o qualche altra bioplastica che, dopo essere stata divorata avidamente dall’uomo diventa improvvisamente cattiva. Allora, se c’è un demone da esorcizzare, quello è il pensiero che, quando anche c’è, si ferma in superficie, non approfondisce, non si muove lungo i nodi di una rete ma procede in maniera lineare senza considerare le connessioni. È il tipo di pensiero che caratterizza la massa perché è comodo, non richiede lo sforzo di informarsi, selezionare le fonti, analizzare dati e numeri, scovare le relazioni, ritornare più volte su quanto già appreso, rimettere tutto in discussione e cambiare.


cambiare questo modo di pensare è l’unica, vera arma che abbiamo per traghettare il nostro agire verso la sostenibilità


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Ma cambiare questo modo di pensare è l’unica, vera arma che abbiamo per traghettare il nostro agire verso la sostenibilità ed è l’unica vera finalità che qualunque progetto, direttiva o strategia ambientale debba avere se vuole raggiungere i propri obiettivi. C’è bisogno di cambiare e l’unico strumento che può innescare il cambiamento è l’educazione. C’è bisogno che il sistema educativo tutto mutui dall’educazione ambientale le strategie che insegnano a porsi domande piuttosto che ad accontentarsi delle risposte, ad acquisire modi di pensare piuttosto che modi di fare, a sviluppare capacità di critica piuttosto che abilità mnemoniche, a favorire esperienze piuttosto che a trasmettere nozioni, a veicolare una conoscenza che non è mai avulsa o lontana dalla realtà e dalla quotidianità di chi apprende, a cooperare per la risoluzione di problemi socialmente costruiti, a superare il concetto di confine a favore di un’ottica di territorio aperto, condiviso e collettivo, a sviluppare il pensiero complesso, reticolare, che si muove su intrecci e connessioni e assume la complessità come suo paradigma strutturale e a valorizzare la diversità. C’è bisogno che lo Stato chieda questo alla propria scuola e che promuova e valorizzi altresì tutte quelle iniziative di educazione non formale che insegnano agli adulti a fare altrettanto. Perché “la riforma dei processi e dei sistemi educativi è essenziale al formarsi di questa nuova etica della crescita e dell’ordinamento economico mondiale. I governi ed i responsabili politici possono ordinare cambiamenti, e nuove concezioni della crescita possono avviare il processo di miglioramento della situazione mondiale, ma si tratta solo di soluzioni a breve termine se la gioventù mondiale non riceverà un’educazione di nuovo tipo” (Carta di Belgrado, 1975) e le strategie che non partiranno dall’educazione dei cittadini rimarranno soltanto una goccia in un mare. Un mare di plastica.

 

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