La cultura dell’educazione

download (2).jpegTratto da “La cultura dell’educazione” di Jerome Bruner, Edizioni Feltrinelli

“Le scuole si devono proporre semplicemente di riprodurre la cultura, di uniformare i giovani a uno stesso stile, trasformandoli in tanti piccoli americani o tanti piccoli giapponesi oppure, in considerazione delle trasformazioni radicali che stiamo vivendo, le scuole farebbero meglio a dedicarsi all’ideale altrettanto rischioso di preparare gli studenti ad affrontare il mondo in evoluzione che dovranno abitare? E come faremo a decidere come sarà quel mondo e cosa richiederà loro? L’educazione non riguarda solo problemi scolastici tradizionali come il curricolo, i voti e le verifiche. Quello che decidiamo di fare nella scuola ha senso solo all’interno del contesto più ampio degli obiettivi che si propone di raggiungere la società attraverso l’investimento nell’educazione dei giovani. Abbiamo finalmente capito che il modo di concepire l’educazione è il modo di concepire la cultura e i suoi scopi, espressi o inespressi. La cultura plasma la mente, ci fornisce l’insieme degli attrezzi mediante i quali costruiamo non solo il nostro mondo, ma la nostra concezione di noi stessi e delle nostre capacità. Una concezione culturale dell’educazione richiede che l’educazione e l’apprendimento scolastico vengano considerati nel loro particolare contesto culturale. Infatti non si può capire l’attività mentale se non si tiene conto del contesto culturale e delle sue risorse, che danno forma alla mente e ne determinano il raggio d’azione. Imparare, ricordare, parlare, immaginare: tutte cose rese possibili dalla partecipazione a una cultura. La vita mentale viene vissuta con gli altri, è fatta per essere comunicata e si sviluppa con l’aiuto di codici culturali, tradizioni e simili. Gli incontri educativi dovrebbero sfociare nella comprensione, non nella mera performance. Comprendere significa cogliere il posto occupato da un’idea o da un fatto all’interno di una più generale struttura di conoscenza. La conoscenza acquisita inoltre è più utile se chi apprende “scopre” attraverso i suoi stessi sforzi cognitivi, perché in tal caso collegasi con ciò che si conosceva prima. Questo implica che l’obiettivo dell’Istruzione non sia tanto l’ampiezza quanto la profondità. In tutti i sistemi che dipendono da un’autorità, anche se legittima e rappresentativa, la conoscenza, la riflessione, il dialogo ampio e la negoziazione presentano dei rischi perché aprono una discussione sull’autorità costituita. E sono pericolosi. L’educazione è pericolosa, perché alimenta il senso della possibilità. Ma mancare l’obiettivo di attrezzare le menti con le abilità necessarie per capire, sentire e agire nel mondo della cultura non significa semplicemente ottenere un risultato nullo dal punto di vista pedagogico. Significa anche correre il rischio di creare alienazione, atteggiamenti di sfida e incompetenza pratica. Tutte cose che minano la vitalità di una cultura. Che cosa ci rende schiavi: il nostro modo di essere e di agire plasmato dalla cultura, i meccanismi dell’abitudine o le due cose insieme, unite nello stretto rapporto che costituisce l’interazione tra mente e cultura? La mente non potrebbe esistere senza la cultura, infatti l’evoluzione della mente dell’uomo è legata allo sviluppo di un modo di vivere in cui la “realtà” viene rappresentata mediante un sistema simbolico condiviso dai membri di una comunità culturale, che al contempo organizza e pensa il proprio stile di vita tecnico e sociale nei termini di quel simbolismo. Questo modo simbolico non solo viene condiviso dalla comunità, ma viene conservato, elaborato e tramandato alle generazioni successive che, in virtù di questa trasmissione, continuano a mantenere intatti l’identità e lo stile di vita della propria cultura. La cultura in questo senso è superorganica. Ma modella anche la mente dei singoli individui. La sua espressione individuale è legata al fare significato, all’attribuzione di significato alle cose in situazioni diverse e in occasioni concrete. Fare significato implica situare gli incontri con il mondo nel loro contesto appropriato al fine di sapere “di cosa si tratta in definitiva”. Benché i significati siano nella mente hanno origine e rilevanza nella cultura in cui sono stati creati. Per quanto possa sembrare che l’individuo operi per proprio conto nella sua ricerca di significati, non lo può fare, e nessuno lo può fare, senza l’ausilio dei sistemi simbolici della propria cultura. È la cultura che ci fornisce gli strumenti per organizzare e per capire il nostro mondo in forme comunicabili. La cultura quindi, pur essendo essa stessa una creazione dell’uomo, al tempo stesso plasma e rende possibile l’attività di una mente tipicamente umana. Da questo punto di vista l’apprendimento e il pensiero sono sempre situati in un contesto culturale e dipendono sempre dall’utilizzazione di risorse culturali. Le stesse differenze individuali nella natura e nell’uso della mente possono essere attribuite alle diverse opportunità offerte dai diversi contesti culturali, anche se non è questa l’unica causa di differenziazione del funzionamento mentale. Le cose in apparenza più ovvie possono impedire di vedere alcuni dei più importanti segreti della vita. E il segreto naturalmente è che la mente è un’estensione delle mani e degli strumenti che si usano e delle attività alle quali la si applica. Spesso siamo capaci di fare le cose molto prima di essere in grado di spiegare concettualmente quello che stiamo facendo. Nella storia umana (e vorrei aggiungere nello sviluppo umano) la prassi precede il nomos. L’abilità è un modo di trattare le cose, non una derivazione della teoria. Il funzionamento umano sia mentale che manifesto, in una situazione culturale, mentale o esteriore, è condizionato dall’attrezzatura di “strumenti protesici” di cui dispone quella cultura. Siamo la specie che crea e utilizza attrezzi per eccellenza e facciamo affidamento non solo su bastoni da scavo e mannaia di pietra, ma anche su strumenti di software, modi di pensare, di cercare, di programmare, la cui matrice è culturale. Dato questo ricorso a strumenti, a protesi, sembra assurdo studiare i processi mentali umani isolandoli da essi. L’idea di una mente come agente solitario è molto fuori strada ed è probabilmente la proiezione della nostra ideologia occidentale individualistica. Non impariamo un modo di vivere e dei modi di dispiegare la mente senza assistenza, senza aiuto, nudi davanti al mondo. È piuttosto il dare e prendere del dialogo che rende possibile la collaborazione. Perché la mente, intesa come agente, non è attiva solo nella natura, ma ricerca il dialogo e il discorso con le altre menti attive. Ed è attraverso questo processo dialogico, discorsivo, che giungiamo a conoscere l’altro e i suoi punti di vista, le sue storie. Attraverso il discorso con gli altri impariamo una quantità enorme di cose non solo sul mondo, ma anche su noi stessi. L’educazione non è un’isola ma fa parte del continente della cultura, è una delle principali espressioni dello stile di vita di una cultura e non semplicemente una preparazione ad esso. Niente è libero da influenze culturali, ma nemmeno gli individui sono semplici specchi della loro cultura. È l’interazione fra le due cose che da un’impronta comune al pensiero individuale e conferisce un’imprevedibile ricchezza al modo di vivere, di pensare o di sentire di qualsiasi cultura. La realtà si crea, non si trova. La costruzione della realtà è il prodotto dell’attività del fare significato, plasmata dalle tradizioni e dai modi di pensare che costituiscono gli attrezzi di una cultura. In questo senso l’educazione deve aiutare i giovani a usare gli strumenti del fare significato e della costruzione della realtà, in modo che possano adattarsi al meglio al mondo in cui si trovano e, se è necessario, cambiarlo. È soprattutto attraverso l’interazione con gli altri che i bambini scoprono cos’è la cultura e come concepisce il mondo. Il “raccontare” e il “mostrare” sono patrimonio del genere umano quanto il parlare. È soprattutto attraverso le nostre narrazioni che costruiamo una versione di noi stessi nel mondo, ed è attraverso la sua narrativa che una cultura fornisce ai suoi membri modelli di identità di capacità d’azione. La modalità di pensiero, il modo di sentire aiuta i bambini (e in generale tutte le persone) a creare una versione del mondo in cui possono immaginare, a livello psicologico, un posto per se, un mondo personale. L’invenzione di storie, la narrazione, adempie a questa funzione. Noi costruiamo l’analisi delle nostre origini culturali sotto forma di storia, e non è solo il contenuto di queste storie ad affascinarci ma anche l’abilità con cui vengono narrate. Anche la nostra esperienza immediata, quello che ci è successo ieri o l’altro ieri, la disponiamo sotto forma di racconto. Cosa ancora più significativa rappresentiamo la nostra vita (a noi stessi e agli altri) sotto forma di narrazione. La vita non è costituita solo da un susseguirsi di storie, ciascuna autonoma rispetto all’altra, ciascuna con un proprio fondamento narrativo. Intreccio, personaggi, situazione, tutto sembra continuare a espandersi. Cerchiamo di stabilizzare i nostri mondi con un pantheon stabile di dei che continuano a comportarsi in modo coerente anche quando le circostanze cambiano. Costruiamo una vita creando un se capace di preservare le nostre identità, che si sveglia il giorno dopo ancora più o meno uguale. Si direbbe che siamo dei geni della catena narrativa. La storia è piena di particolari stravaganti che susseguono l’un l’altro e vengono invece visti come se consentissero l’uno all’altro. Viviamo in un mare di storie, e come il pesce che (secondo il proverbio) sarà l’ultimo a scoprire l’acqua, noi abbiamo le nostre difficoltà a capire come si fa a nuotare nelle storie. Siamo troppo esperti. Il nostro problema è quello di raggiungere la consapevolezza di qualcosa che facciamo automaticamente con tanta facilità, il vecchio problema della price de conscience. Dedichiamo un enorme sforzo pedagogico all’insegnamento dei metodi della scienza e del pensiero razionale: quali sono i requisiti della verifica, cosa costituisce una contraddizione, come trasformare semplici affermazioni in proposizioni verificabili e via dicendo. Perché questi sono i metodi per creare una “realtà secondo la scienza”. Eppure viviamo la maggior parte della nostra vita in un mondo costruito secondo le regole e gli accorgimenti della narrativa. Non è sorprendente che gli psicoanalisti oggi riconoscano che la personalità implica una narrazione. Peter Pan chiede a Wendy di tornare con lui al Paese che non c’è e per convincerla le spiega che potrebbe insegnare ai Bambini Smarriti a raccontare storie. Se le sapessero raccontare potrebbero crescere. Molto probabilmente la narrazione ha la stessa importanza per la coesione di una cultura e per la strutturazione di una vita individuale. Appare evidente che la competenza nella costruzione e nella comprensione di racconti è essenziale per la costruzione della nostra vita e per crearci un posto nel mondo possibile che incontreremo. Trovare un posto nel mondo, per quanto implichi l’immediatezza di una casa, di un partner, di un lavoro e di amici, è in ultima analisi un atto di immaginazione. L’immagine della scienza come impresa umana e culturale migliorerebbe molto se la si concepisse anche come una storia degli esseri umani che superano le idee ricevute – Lavoisier che supera dogma del flogisto, Darwin che rivoluziona il rispettabile creazionismo, o Freud che osa gettare uno sguardo al di sotto della superficie soddisfatta del nostro autocompiacimento. Può darsi che abbiamo sbagliato staccando la scienza dalla narrazione della cultura. La cultura è probabilmente l’ultimo grande espediente evolutivo della biologia.”


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4 risposte a "La cultura dell’educazione"

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