Janusz Korczak, il padre degli orfani del ghetto

La settimana scorsa si è conclusa la 13° sessione di “Torino Spiritualità”, quest’anno incentrata sul bambino, sul “piccolo me” delle vite di ciascuno. Il programma di Radio Rai 3 “Uomini e Profeti” per l’occasione ha riproposto la storia di Janusz Korczak, l’eroico medico del Ghetto di Varsavia. Korczak fu uno dei più grandi pedagogisti del nostro tempo. Profondamente umano, la mattina del 5 agosto del 1942 fu deportato nel campo di sterminio di Treblinka insieme a tutti i bambini ospiti dell’orfanotrofio ebraico del ghetto di Varsavia. I bambini uscirono dalla loro Casa vestiti con gli abiti migliori, ordinati, mano nella mano. Il corteo era chiuso dallo stesso Korczak che badava a mantenerli sulla carreggiata. Riconosciuto dagli ufficiali nemici venne trattenuto perché una tale personalità non avrebbe dovuto seguire il destino degli altri, ma egli si rifiutò di abbandonare i suoi figli. Profondo conoscitore del bambino e delle sue esigenze organizzò la vita nell’orfanotrofio in modo tale che proprio i bambini si occupassero del suo funzionamento ed ebbe sempre profondo rispetto della loro autonomia e del loro legame col mondo naturale, riconoscendo in loro la capacità di comunicare e di immedesimarsi con le altre specie tanto quanto con gli altri esseri umani. Tra i suoi scritti vi è proprio “Il diritto del bambino al rispetto”, nel quale è possibile ritrovare tutta la sua umanità e la sua lucida, profonda visione dei bambini, degli adulti, della società:

“Cresciamo con l’idea che grande sia più importante di piccolo. “Sono grande!” esclama gioiosamente il bambino messo in piedi sul tavolo. “Sono più alto di te” constata con orgoglio misurandosi con un coetaneo. È penoso doversi alzare sulla punta dei piedi per raggiungere qualcosa e non riuscirci, è difficile stare al passo dei grandi con delle gambette corte; da una mano piccola può scivolare il bicchiere. Goffamente e con fatica si cerca di scalare una sedia, salire in macchina, inerpicarsi su per le scale; non si può impugnare una maniglia, affacciarsi dalla finestra, staccare o appendere niente poiché è tutto troppo in alto. In mezzo alla folla scompari, non ti notano, spintonano. È penoso e scomodo essere piccoli. Si rispettano e ammirano le cose grandi, che occupano spazio. Piccolo vuol dire mediocre, poco interessante. Le persone piccole, si pensa, abbiano piccole necessità, gioie, dolori. Un bambino è così piccolo, leggero, così poca cosa. Ci si deve abbassare, piegare verso di lui. Peggio ancora, un bambino è così debole. Lo possiamo sollevare, tirare in aria, farlo sedere contro la sua volontà, lo possiamo fermare con la forza mentre sta correndo, possiamo vanificare i suoi sforzi. Se non ascolta, io ho la forza dalla mia parte. Dico: “non ti allontanare, non toccare, spostati, restituisci”. Lui sa che deve farlo, non ha scampo: quante volte ha provato invano, prima di capire, arrendersi, rinunciare. Chi di noi e in quali singolari circostanze si azzarderebbe a strattonare, spingere o colpire un adulto? Quant’è invece quotidiano e naturale uno sculaccione dato al bambino, una strattonata energica per il braccio, un abbraccio troppo forte e doloroso. Nell’impotenza cresce il culto della forza; chiunque, non solo un adulto, ma anche uno più grande e forte, può brutalmente esprimere la propria insoddisfazione, sostenere grazie alla forza delle richieste e costringere all’obbedienza, fare del male impunemente. Educhiamo, dandone l’esempio, a non rispettare il più debole. Una cattiva scuola che non lascia presagire niente di buono. La gioventù ci preoccupa, bisogna attendere a lungo. L’irrequieta attesa di quello che verrà fa in modo che non rispettiamo veramente quello che abbiamo ora. Ecco il piccolo valore di mercato del giovane. Diciamo: un futuro uomo, un futuro lavoratore, un futuro cittadino. Che saranno, che dopo cominceranno veramente, che faranno sul serio solo in futuro. Ma i bambini sono una grossa percentuale dell’umanità, della popolazione, della nazione, degli abitanti, dei concittadini; dei costanti compagni. C’erano, ci sono, ci saranno. Un bambino ha un futuro, ma ha anche un passato: degli eventi memorabili, ricordi, molte ore di fondamentali, solitarie considerazioni. Non diversamente da noi ricorda e dimentica, stima e non rispetta, ragiona logicamente e si smarisce quando non sa. Saggiamente si fida e dubita. Un bambino è come uno straniero, non conosce la lingua, non conosce la direzione delle vie, non conosce gli usi e i costumi. A volte preferisce dare un’occhiata in giro da solo, se la cosa è difficile chiede un’indicazione e un consiglio. Gli serve una guida che risponderà gentilmente alle domande. Dobbiamo rispetto alla sua ignoranza. Dobbiamo rispetto per la sua laboriosa ricerca della conoscenza. Dobbiamo rispetto alle sue sconfitte e lacrime. Cresce, vive più intensamente, il respiro è più veloce, il battito del cuore è più vivace, si costruisce. Dobbiamo rispetto ai misteri e ai tentennamenti del duro lavoro della crescita. Dobbiamo rispetto alle ore, all’oggi. Come farà domani se non gli permettiamo di vivere oggi una vita responsabile e consapevole? Dobbiamo rispetto ad ogni singolo momento, perchè scomparirà e non si ripeterà mai più. Lasciamo che si abbeveri con entusiasmo nell’allegria del mattino e che abbia fiducia. Il bambino lo vuole. Non gli sembra tempo perso quello speso per una favola, una chiacchierata col cane, per giocare a pallone, guardare attentamente un disegno. È proprio il bambino ad avere ragione. Ripartiamo scioccamente gli anni in più o meno maturi ma non esiste un oggi immaturo, non c’è nessuna gerarchia d’età, nessun grado più alto o più basso di gioia e dolore, speranza, delusione. Dobbiamo pretendere rispetto per gli occhi limpidi, le tempie lisce, lo sforzo giovane e la fiducia. L’alba e il tramonto, la preghiera mattutina come quella serale. Un inspiro e un espiro, una contrazione e una dilatazione del cuore. Sta crescendo una nuova generazione, si alza un’onda nuova. Procedono con i loro difetti e pregi: dategli un’opportunità, affinché crescano migliori. Dobbiamo rispetto, se non umiltà, per la bianca, la candida, l’immacolata, la santa infanzia.”

Per ascoltar e scaricare il podcast di Radio 3: Storia di Janusz Korczak, Uomini e profeti, radio rai 3

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