Orientarsi in natura per orientarsi nella vita

Che cos’è il senso dell’orientamento?

Per gli uomini primitivi la capacità di tornare al villaggio dopo lunghi periodi di nomadismo avendo memorizzato una serie di punti di riferimento (fiumi, montagne, forse anche le stelle) durante gli spostamenti a piedi; per i primi navigatori, la capacità di utilizzare strumenti come bussola, sestante e mappe per raggiungere una meta; per noi, con un’accezione più interiore, la possibilità di orientare le nostre vite verso gli obiettivi che ci prefiggiamo di raggiungere. Orientarsi vuol dire letteralmente “volgersi verso Oriente

e indica la capacità di stabilire il luogo in cui ci si trova e di prendere la direzione voluta. In altre parole, è il rapporto con gli spazi in cui ci muoviamo, il quale determina una parte della nostra identità e molto della nostra personalità e capacità di affrontare ciò che ci accade nella vita quotidiana.

Anche se la diamo per scontata, orientarsi nello spazio è una delle abilità più importanti della nostra vita, tra le prime capacità che ci impegniamo ad acquisire da bambini e quella che ha consentito all’uomo di sopravvivere ed evolvere, tanto che il disorientamento nello spazio è uno dei primi sintomi della demenza. La capacità di orientarsi ha fatto degli uomini quello che sono ora, basti pensare a quante delle più importanti innovazioni tecnologiche sono proprio il frutto della necessità di orientarsi con sempre maggiore precisione, sebbene molti studi sembrino confermare che proprio la tecnologia ci stia rendendo sempre meno capaci di muoverci nello spazio autonomamente.

Come si sviluppa il senso dell’orientamento?

Tutt’altro che semplice nella sua costruzione e ancor meno nel suo modo di operare, il senso dell’orientamento coinvolge il cervello, i sensi, i geni e i fattori ambienti e culturali. Da un punto di vista organico, la nostra capacità di orientarci si basa sull’interazione tra due tipi principali di cellule nervose:

  • i neuroni a griglia, detti “grid cell”, che rispondono alla domanda “dove sto andando?” e che si attivano quando ci muoviamo nello spazio.
  • i neuroni di posizione, detti “place cell”, che permettono di rispondere alla domanda “dove mi trovo?” e che si attivano quando ci troviamo in una posizione specifica nello spazio.

Questi due tipi di cellule, che cominciano a svilupparsi e a interagire tra di loro già nel primo mese di vita del bambino, sono quello che possiamo definire il nostro GPS biologico, la cui scoperta ha valso il Nobel per la Medicina e la Fisiologia nel 2014 a John O’Keefe, May-Britt e Edvard Moser dell’University College of London e del Kavli Institute for Systems Neuroscience di Trondheim, in Norvegia. Ma se il GPS biologico è la componente innata del nostro senso dell’orientamento, ce n’è una altrettanto importante che viene appresa. Il senso dell’orientamento, infatti, viene potenziato con l’esperienza attraverso l’affinamento di due abilità specifiche:

  • la capacità di creare (e consultare) mappe mentali dei luoghi visitati, collegando mentalmente punti di riferimento diversi
  • la capacità di memorizzare sequenze di punti di riferimento lungo un percorso.

Esso inoltre subisce il peso delle condizioni ambientali e culturali all’interno delle quali cresciamo: lo stile di vita e quello educativo, i luoghi in cui ci muoviamo, il grado di indipendenza e la libertà di movimento sono tutti fattori che contribuiscono a promuovere o ad anestetizzare le capacità individuali di orientarsi. In uno studio pubblicato nel 2020 sulla rivista npj Science of Learning, le ricercatrici della Queen Mary University e del King’s College a Londra Margherita Malanchini e Kaili Rimfeld, hanno confrontato la capacità di orientamento in uno spazio virtuale di 2.660 gemelli di età compresa tra 19 e 22 anni e hanno scoperto che l’appartenenza alla stessa famiglia è un fattore trascurabile. Molto più influenti sono invece i fattori ambientali personali, ovvero le esperienze uniche accumulate da ciascuno nel corso della propria vita. Altre ricerche hanno invece messo in luce le differenze di genere che fanno delle donne, ancora una volta, le principali vittime dei luoghi comuni. Trattandosi di un’abilità che si apprende e si perfeziona con la pratica, infatti, il senso dell’orientamento non è più sviluppato nei maschi, i quali hanno piuttosto maggiori possibilità di allenarlo dal momento che non subiscono le pressioni e le restrizioni sociali e culturali che pesano invece sulle femmine. Le presunte maggiori abilità dei maschi sono risultate praticamente inesistenti nei paesi nordici mentre sono apparse estremamente marcate in Medio Oriente e nei paesi in cui l’esplorazione autonoma dell’ambiente è per le donne fortemente limitata dalle restrizioni culturali. A conferma di ciò, i ricercatori hanno riscontrato una correlazione positiva tra la dimensione dell’effetto del genere nei punteggi e il Gender Gap Index (GGI), un indice delle disuguaglianze di genere nei paesi del mondo fornito dal World Economic Forum. Anche se utilizzano modalità diverse per orientarsi nello spazio, maschi e femmine sono ugualmente in grado di farlo, a patto che siano disposti ad esplorare (e a perdersi) e che possano fare esperienza. D’altra parte il senso dell’orientamento non è affatto una prerogativa umana: i migratori come gli uccelli percorrono ogni anno migliaia di km per spostarsi dai quartieri di svernamento a quelli di riproduzione raggiungendo in alcune specie una precisione al centimetro che porta lo stesso individuo a nidificare anno dopo anno sullo stesso albero dello stesso giardino, ma molti altri animali percorrono quotidianamente distanze enormi: gli elefanti marciano per decine di chilometri (fino a 50, secondo il Prof. George Wittemyer della Colorado State University) per andare a bere mentre i grandi mammiferi predatori come lupi e leoni possono coprire areali di caccia che possono superare i 150 km quadrati. Ma gli spostamenti da record non riguardano solo le specie di maggiori dimensioni: insetti sociali minuscoli come api e formiche sono in grado di mappare territori di diverse decine di metri (superfici estremamente ampie in reazione alle loro dimensioni) per trovare le risorse alimentari necessarie alla sopravvivenza della colonia. Alcuni di questi animali costituiscono società matriarcali in cui sono proprio le femmine a costruire, custodire e tramandare le mappe del territorio e a guidare il branco verso le risorse e poi di nuovo verso casa.

Il senso dell’orientamento e la tecnologia

Propria del genere umano, la capacità di orientamento fa parte del nostro bagaglio cognitivo ma la stiamo perdendo man mano che le nostre attività vengono confinate in ambienti chiusi e che facciamo ricorso alla tecnologia prima ancora che alle abilità personali. In uno studio pubblicato nel 2020 su Scientific Reports, le neuroscienziate Louisa Dahmani e Véronique Bohbot si sono chieste se l’utilizzo abituale del GPS possa avere un impatto negativo sulle capacità di orientamento. Per rispondere a questa domanda hanno reclutato 50 giovani adulti con diversi livelli di familiarità con l’utilizzo del GPS alla guida e hanno chiesto loro di muoversi in spazi virtuali senza poterlo utilizzare. I risultati hanno evidenziato che i partecipanti più abituati a utilizzare il GPS nella guida quotidiana ottenevano punteggi peggiori. Un successivo studio di follow-up condotto tre anni dopo su 13 volontari ha confermato che le persone che avevano utilizzato di più il GPS nel periodo intermedio avevano peggiorato più degli altri le loro capacità di guida senza GPS in ambiente virtuale.

Quanto ci fa bene soppiantare un’abilità cognitiva conquistata con fatica nel nostro percorso evolutivo con la tecnologia? Non c’è dubbio che abbia delle conseguenze sul cervello, il che non significa che dovremmo rinunciare a usarla ma che dovremmo farvi ricorso solo come seconda scelta, continuando a utilizzare e ad allenare le nostre abilità personali.

Perché dovremmo allenare il senso dell’orientamento?

A sviluppare il nostro GPS biologico cominciamo da bambini: esplorazioni senza meta nei primi anni di vita, durante i quali ci lasciamo attrarre dagli elementi esterni in una sorta di vagabondaggio funzionale che diviene via via sempre più consapevole e sempre più orientato a seguire percorsi specifici e, infine, a una vera e propria programmazione. Questo esercizio ha innumerevoli effetti sul nostro cervello che vanno dallo sviluppo delle abilità spaziali basilari per muoverci nello spazio

senza andare a sbattere, per affacciarci senza cadere o per scrivere su una lavagna o su un foglio bianco mantenendo un andamento orizzontale e sapendo quanto spazio possiamo utilizzare e come, all’incremento delle potenzialità cognitive del cervello stesso. Eleanor Maguire, neuroscienziata dell’University College London, ha scoperto che i tassisti londinesi hanno una maggiore quantità di materia grigia nella regione posteriore dell’ippocampo, deputata ai compiti di navigazione, rispetto ai “non-tassisti” della stessa età e condizione culturale e questa differenza sarebbe tanto più marcata quanti sono gli anni di servizio. Ma la capacità di orientarsi ha effetti anche sulla nostra personalità e influisce sui nostri stati psicologici. Uno studio condotto su oltre diecimila soggetti da alcuni ricercatori dell’università della California ha evidenziato che le persone dotate di uno spiccato senso dell’orientamento sono più aperte e disponibili verso nuove esperienze, più diligenti e più determinate a portare a termine i propri progetti e più estroverse e più attente ai fatti del mondo esterno piuttosto che alle considerazioni soggettive e intuitive. Allenare il senso dell’orientamento rende inoltre più sicuri e aumenta il senso di indipendenza mentre chi si orienta male tende a diventare insicuro e a sviluppare ansia e nevrosi che possono sfociare in conseguenze molto serie come l’agorafobia.

Ma se sviluppare il proprio senso dell’orientamento vuol dire essere capaci di trovare la strada, l’altra faccia della medaglia è l’essere disposti a perdersi, o quantomeno a correre il rischio, un’attitudine che dovremmo custodire come un vero e proprio tesoro. Le emozioni che viviamo quando ci perdiamo nella natura sono le stesse che ci pervadono quando ci troviamo di fronte ad un imprevisto o ad una scelta importante: il senso di spiazzamento che deriva dal non capire bene dove siamo, la paura di esserci persi ma anche lo stato adrenalinico che ci spinge ad agire e la curiosità di vedere cosa ci aspetta, attivando tutte le nostre risorse interiori per trovare una soluzione. La capacità di ritrovarci dopo esserci smarriti, poi, influenza fortemente il nostro senso di autostima, la fiducia in noi stessi e negli altri. Non perdersi vuol dire non osare, restare nella propria confort zone e, in qualche caso, rinunciare a fare nuove esperienze. Le persone che si danno la possibilità di esplorare e perdersi possono trarre da questo atteggiamento moltissimi vantaggi concreti come l’affrontare positivamente i periodi di passaggio e cambiamento della propria vita come l’adolescenza, il passaggio verso le scuole superiori o l’università o la perdita di un lavoro, e hanno meno problemi  ad adattarsi quando vengono inserite in nuovi contesti. In generale sono persone più resilienti e più capaci di superare i momenti difficili.

Come possiamo promuovere lo sviluppo del senso dell’orientamento?

Permettere ai bambini e alle persone di muoversi ed esplorare in libertà allenando il proprio senso dell’orientamento rappresenta una strategia estremamente efficace per aumentare il senso di sicurezza personale, l’autostima e un atteggiamento aperto e positivo nei confronti dell’ignoto, della complessità e degli imprevisti, mettendoli al riparo da timori e insicurezze quando non da vere e proprie nevrosi. Per farlo è necessario un “allenamento sul campo” con l’esplorazione in prima persona del mondo reale al di fuori delle mura domestiche. L’ambiente naturale, con la sua complessità e la sua capacità di cambiamento, rappresenta la palestra ideale per farlo e le attività più

efficaci sono l’escursionismo, il gioco libero e tutte quelle occupazioni che sollecitano le attività esplorative all’aperto. Soprattutto in età prescolare l’imperativo è: gioco libero all’aperto a contatto con la natura. In questo tempo i bambini possono dedicarsi al gioco destrutturato, all’esplorazione interessata del mondo e all’osservazione di ciò che li circonda seguendo i loro tempi, i loro interessi e le loro abilità. In questo modo possono cominciare ad acquisire familiarità con la natura e con gli spazi aperti, soddisfare la propria curiosità e la naturale propensione ad imparare e costruire le basi per l’interpretazione del mondo e dei fenomeni naturali.

Quando saranno diventati più grandi potremo proporre invece escursioni e percorsi in zone sempre nuove e con livelli di complessità sempre maggiori ma sempre adeguati alle possibilità e agli interessi del bambino. Per sostenere l’acquisizione della naturale capacità di orientarsi possiamo utilizzare alcune strategie semplici ma efficaci: cambiare spesso strada per raggiungere la stessa destinazione, insegnare a leggere la segnaletica, a seguire i sentieri e ad acquisire punti di riferimento, insegnare ad utilizzare strumenti di orientamento come mappe e bussola. In tutte le occasioni in cui è possibile farlo in sicurezza, durante le escursioni è utile permettere ai bambini di muoversi da soli, anche allontanandosi, e di

scegliere la strada. Prima di intraprendere la passeggiata possiamo studiare insieme a loro l’itinerario, individuando su una mappa tappe e punti di riferimento. Possiamo poi documentare il percorso disegnando la nostra mappa personale arricchita con foto, reperti naturali, note ed elementi da ricordare, costruendo insieme al senso di orientamento anche ricordi di giornate emozionanti insieme.

Imparare ad orientarsi nella natura può aiutare i bambini e le persone ad orientarsi meglio nella propria vita, a diventare capaci di allontanarsi e di tornare, di perdersi e ritrovarsi, di assumersi delle responsabilità e di compiere scelte importanti che possono orientare la propria vita in un senso o in un altro. Vuol dire imparare ad avere fiducia, a superare lo smarrimento e a sintonizzarsi con la propria bussola interiore. E se si è in grado di seguire la propria bussola interiore si è in grado di restare connessi con i propri valori, con i propri desideri e con le proprie capacità per raggiungere i propri obiettivi e vivere la vita che si desidera.

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