Dalla paura della diversità al panico da Covid-19. Riflessioni ai tempi della pandemia.

Da quando il paese è stato colpito dall’emergenza Covid-19 sono molte le domande che mi sono posta in qualità di educatrice, molte le riflessioni e diversi i sospetti. Uno in particolare ha fatto da fastidiosa pulce nell’orecchio generando timori ben più inquietanti di un eventuale contagio, timori piuttosto legati alle reazioni delle persone e all’apparente incapacità generale di arginare il panico e ciò che ne consegue. Il sospetto era che buona parte della popolazione avesse in fondo in fondo il desiderio, ovvero desiderasse la scusa, l’occasione, il buon motivo e la legittimazione per rinchiudersi al sicuro delle proprie quattro mura, tanto in senso fisico quanto in senso figurato. Un sospetto che viene da lontano e che ha le sue radici in molti atteggiamenti attuati da molto prima dell’epidemia.

Assurdo, penserete voi. Ridicolo, surreale, impossibile. Ed io vi do ragione. Come si può pensare che ci sia qualcuno che cerchi il pretesto per isolarsi fino a questo punto? Nessuno vorrebbe sentirsi rinchiuso! E poi, aggiungerete, se qualcuno volesse isolarsi e starsene da solo per quaranta giorni o per una vita intera potrebbe farlo di sua spontanea volontà. Eppure io vi dico che è così, che c’è una fetta di popolazione che percorreva questa via da molto prima del Covid-19 e che non desiderava altro che un buon motivo per arroccarsi nel proprio locus senza correre il rischio di essere etichettata come folle. Persone sulle quali la completa mancanza di formazione scientifica, la propaganda politica degli ultimi 20 anni con annesse strategie comunicative, la crisi educativa a tutti i livelli e una naturale propensione alla rigidità, hanno generato un senso di insicurezza talmente profondo, talmente doloroso e talmente insostenibile da far sentire la necessità della difesa assoluta da tutto e da tutti, facendo non solo giustificare ma invocare progressivamente un sempre maggior controllo sociale con i nuovi, potenti mezzi tecnologici, leggi sempre più disumane, la chiusura totale (dei confini, dei porti, delle menti ecc.) anche a costo di milioni di vite annegate in mare, la militarizzazione e, dulcis in fundo, l’autoesclusione. Difesa da chi? Dal diverso in generale, ma il diverso è diverso a seconda del contesto storico, culturale e sociale. E che c’entra tutto questo col Covid-19? E io vi dico che c’entra, e come se c’entra.

È vero, l’uomo è un animale sociale, ma la nostra socialità lavora su piccoli gruppi. Fin dalla sua comparsa sulla terra l’uomo è sopravvissuto grazie alla collaborazione di un ristretto numero di conspecifici che venivano inclusi in un gruppo sociale, un clan, che collaborava per l’approvvigionamento delle risorse. Ma l’inclusione esiste in virtù del fatto che c’è un’esclusione. Alcuni dentro, altri fuori e i criteri per includere/escludere sono gli stessi fin dalla notte dei tempi: utilità/inutilità e similitudine/diversità. Ciò che scaturisce dall’incontro tra gruppi avviene grosso modo in virtù degli stessi criteri: se i gruppi possono avere una reciproca utilità allora possono dar luogo a rapporti di collaborazione e reciproca tolleranza. Al contrario invece la diversità reciproca diviene motivo di intolleranza i cui esiti possono andare dall’indifferenza (raramente), alla chiusura e preclusione di qualunque tipo di interazione (quantomeno nelle intenzioni), fino al vero e proprio scontro. Così il progresso delle società umane si è giocato tutto su questa ambivalenza e, ora collaborando, ora scontrandosi, esse hanno accumulato man mano cultura – assimilata e condivisa da tutta l’umanità – e culture – assimilate e condivise da gruppi più ristretti. E ciascuna di queste culture ha elaborato un proprio sistema di trasmissione di se stessa in grado di replicare generazione dopo generazione i propri valori fondanti e una generale uniformità di modelli di pensiero e concezioni del mondo. Ogni cultura infatti, al pari degli esseri umani che la generano, ha l’obiettivo primario di riprodursi – pena la sua estinzione – ed è in se conservatrice. Il che non vuol dire che non cambia ma che tutti i suoi organi principali sono costantemente impegnati nel capire quali e quanti cambiamenti possono essere accettati di volta in volta per fare in modo che essi non stravolgano completamente l’intero sistema ma siano tutto sommato tollerabili, digeribili da tutte le componenti del sistema stesso. Li dove il cambiamento è repentino e ingovernabile infatti, si genera una crisi e il sistema viene 1) contestato, 2) decostruito e 3) ricostruito secondo nuovi valori (le rivoluzioni). Il problema quindi è serio e va affrontato ad ogni livello della società. Solo per restare in ambito educativo, ad esempio, un sistema così congegnato deve porsi necessariamente il problema di quale e quanta cultura trasferire, di quale sia il giusto compromesso di ignoranza/erudizione dei suoi cittadini, di quanta alterità sia tollerabile e di quali siano gli strumenti e le strategie per omologare il più possibile. Dove non arriva l’educazione, arriva la norma e, spesso, la repressione. Ma la strategia davvero vincente è stata il consumismo. La massima espressione di un sistema che tende ad omologare la si ha infatti nella società del consumo, per sua natura prioritariamente volta a conformare gusti e bisogni per massimizzare i profitti. I tentativi di omologazione perpetrati da tale società sono molti e rintracciabili in ogni aspetto dell’esistenza e della quotidianità, sebbene celati dietro l’apparente possibilità di scelta. Sembriamo infatti avere a disposizione tutte le opzioni del mondo ma basta guardare all’atto più naturale del’uomo per capire che la realtà è un’altra, l’alimentazione: delle circa 6000 specie di piante coltivabili a fini alimentari meno di 200 arrivano realmente sulle tavole di tutto il mondo e solo 9 di esse rappresentano il 66% della produzione mondiale (dati FAO), indebolendo la nostra salute, quella del pianeta ed esponendoci al rischio enorme di non poter fronteggiare eventuali emergenze alimentari. Nel 1840 tutte le patate coltivate in Europa discendevano da una sola qualità introdotta dagli spagnoli un secolo prima. Quando la Phytophtora infestans, un fungo microscopico, iniziò a intaccare le patate irlandesi, non trovò alcun tipo di resistenza genetica perché, di fatto, la variabilità era stata ridotta al minimo e si diffuse praticamente ovunque. La carestia durò 5 anni e falcidiò da 1 a 2 milioni di irlandesi che letteralmente morirono di fame, mentre un numero analogo emigrava negli Stati Uniti. Ma è solo un esempio e molti altri se ne potrebbero fare. La diversità ci ha dato i numeri, le tecnologie e i pomodori e continua a darci cultura, cibo, medicine, materie prime, aria, acqua, suolo e tutto il resto e spazzare via il valore della diversità e la diversità stessa non fa altro che renderci più deboli da un punto di vista materiale, culturale e sanitario.

Eppure la narrazione della diversità come fattore di rischio, che sfrutta una propensione tutta umana a categorizzare il mondo sulla base di similitudini e diversità, è quanto mai attuale e si abbatte su specie, persone, modi di essere e di pensare e viene perpetrata ad ogni livello della e delle società ponendo l’accento sui pericoli e sui rischi che la sua accettazione comporterebbe piuttosto che sui suoi vantaggi ed è stata efficacemente sfruttata da una certa politica che ha ben compreso come la paura della diversità, se ben manovrata, possa tramutarsi in una redditizia vacca da mungere. Il gioco è semplice: basta intercettare la paura, identificare il nemico, legittimare (e alimentare) la paura del nemico con una narrazione coerente con essa e proclamare tutte le azioni repressive necessarie a sconfiggerlo. E più la paura viene legittimata, più viene alimentata. Più viene alimentata più il senso di insicurezza cresce. Più cresce il senso di insicurezza più si avverte la necessità di misure risolutive. Più si avverte la necessità di misure risolutive, più si è disposti a pagare qualunque prezzo. Il gioco in Italia è stato portato avanti così bene e così a lungo che appena prima dell’avvento del Covid-19 gran parte della popolazione dichiarava di non sentirsi sicura e invocava l’esercito di fronte a un fantomatico nemico che non era mai quello vero (la disoccupazione, le morti sul lavoro, la malasanità, il femminicidio e chi più ne ha più ne metta) ma solo quello ben narrato. Nel momento in cui “diverso” diviene motivo di stigmatizzazione però non solo perdiamo opportunità di arricchirci, opportunità di sopravvivenza, opportunità di crescita, ma ci mettiamo tutti automaticamente in pericolo perché, vedi sopra, la diversità cambia sulla base del momento storico, sociale e culturale e chi oggi è padrone domani può diventare servo.

Lo stigma agisce proprio così: da un lato sullo stigmatizzato, privandolo della sua storia personale, disumanizzandolo, emarginandolo e riducendolo in solitudine. Dall’altro però agisce su chi stigmatizza, il quale per stare da questa parte della linea ha bisogno più che mai di essere convalidato in un gruppo e ha dunque bisogno di omologarsi il più possibile ai componenti del gruppo stesso. Senza omologazione non c’è alleanza e se c’è alleanza e omologazione coatta il gruppo diventa branco. Il branco però è un luogo pericoloso anche per chi vi sta dentro, che deve nascondere meglio possibile ogni più piccola sfumatura di alterità e questo altera e vizia i rapporti e alimenta tensione, finzione, rifiuto di sé (o parti di sé), frustrazione e rabbia. Sentimenti che si sono di volta in volta proiettati su altre specie, su altre persone (i ROM – una parola, uno stigma, che nell’accezione comune include così tante culture e provenienze da non avere alcun significato – e gli immigrati ne sono un esempio) o semplicemente su chi esprime un pensiero divergente dalla narrazione comune (e il pensiero divergente è fin troppo evidentemente messo alla gogna in questi giorni bui da tutti quelli che “DEVI STARE A CASA!” a prescindere da quale sia la tipologia, la qualità e la modalità del dissenso, anche dove dissenso vero e proprio non c’è ma c’è il primo fondamentale diritto dell’uomo: quello di porre domande, di voler comprendere, di voler sapere).

Il punto è, e ritorno al punto di partenza, che una concezione atavica della diversità come fattore di esclusione e anni e anni di strategia politica e mediatica su tale percezione e sul senso di insicurezza che essa può generare, hanno gettato nel baratro della paura e dell’incertezza una moltitudine di persone che non aveva e non ha i mezzi (culturali e tecnologici) per capire che si tratta solo di strategia politica ben congegnata o semplicemente di cattiva informazione e hanno creduto davvero che le loro vite fossero messe a rischio da qualcuno o qualcosa. Non hanno i mezzi culturali perché semplicemente mancano di pensiero scientifico, non sono abituate a ragionare su dati e numeri bensì su concezioni costruite a suon di titoli e proclami, non sono abituate a ragionare in maniera complessa, valutando tutti gli aspetti legati a un fenomeno, perché la scuola ci forma a ragionare in maniera semplificata e per compartimenti stagni e men che meno sono in grado di riconoscere una bufala da una notizia vera, e non hanno i mezzi tecnologici perché per loro l’unico strumento di informazione resta la tv e quel che dice la tv è per forza vero. Queste persone hanno loro malgrado subito la campagne mediatiche del terrore senza avere i mezzi per poterle fronteggiare e ne sono rimaste inevitabilmente destabilizzate, cominciando a pensare di essere seriamente in pericolo e cominciando davvero a desiderare di rifugiarsi sempre di più nell’unico ambiente sicuro possibile: quello domestico (per chi ha la fortuna di avere un ambiente domestico accogliente e sicuro).

Così abbiamo visto vecchi e bambini perdere progressivamente le loro libertà per divenire carcerati liberi. Liberi di stare in casa, di andare a scuola, in palestra e a tutti i corsi del mondo ma non di stare in strada con i propri pari, non di stare in natura con le altre specie, non di salire sugli alberi, saltare i muretti e cercare gli animali, non di correre i rischi commisurati alla loro età e al loro sviluppo fisico né di stare per un pò al riparo dal controllo degli adulti. E quando la cattività delle fasce meno autonome della popolazione è stata portata finalmente a termine (con il concorso e il sollievo di tutti gli altri) ecco che finalmente arriva un “nemico” vero (già, così viene chiamato dal giornalismo marcio e decadente, “nemico”, come se un virus avesse una qualche concezione di noi), un nemico inconfutabile, incontrovertibile, che impone la cattività come unica possibilità di salvarci tutti. A questo punto il gioco è stato fin troppo facile, la strada fin troppo spianata, e nessuno si sarebbe sognato di mettere in discussione le limitazioni della libertà personale messe in atto: in gioco c’è la vita! E infatti così è stato.

Con quanta facilità e con quanta mancanza di spirito critico abbiamo accettato la sospensione delle libertà costituzionali fondamentali, con quale adorazione guardiamo a sindaci e governatori dal polso duro che ci trattano come bambini da rimproverare perchè non si sanno comportare, con quanta foga invochiamo l’esercito dimenticando quali sono le ragioni della sua esistenza, con quale favore salutiamo le nuove tecnologie da grande fratello. Con quale facilità ci siamo autoconfinati nel corpo e nei diritti, pronti a negoziare qualunque cosa pur di sentirci al sicuro. È sembrato quasi che non vedessimo l’ora di poterci confinare e di poter giustificare tutto ciò che ne è seguito. Certamente non voglio dire che certe persone desiderassero l’avvento di una simile epidemia, né che questo desiderio di chiudersi in casa sia razionale e riconosciuto. Voglio dire però che il generale senso di insicurezza faceva già avvertire a molti l’esigenza di tutelarsi in modo eccessivo e faceva percepire il fuori e l’altro come qualcosa da cui doversi difendere, facendo anelare ad un maggiore isolamento. Non a caso quando è arrivata la notizia che i bambini potevano prendere un’ora d’aria (decisione presa dal governo in seguito alle pressioni fatte da un’ampia parte del mondo scientifico, tra cui medici pediatri e psicologi) molte madri hanno pensato bene di farli stare a casa lo stesso, non a caso la campagna mediatica che è stata sviluppata dal governo (e che è stata ampiamente sposata dalla popolazione) non è stata #iomidistanzio, che era l’unica misura realmente efficace per contenere il contagio, ma è stata #iorestoacasa, dove stare a casa di per sé non ha alcun senso se poi stai in fila serrata quando vai a fare la spesa o se vivi in campagna e puoi passeggiare per chilometri senza incontrare nessuno o puoi incontrare qualcuno mantenendoti a debita distanza, e non a caso la nuova narrazione politica e mediatica ha identificato nei nuovi diversi (quindi i nuovi destinatari dell’intolleranza) non coloro che hanno costretto medici e paramedici a lavorare senza le condizioni di sicurezza determinando la massima diffusione del virus proprio laddove il virus doveva essere debellato, non coloro che hanno progressivamente tagliato i contributi alla sanità pubblica negli anni appena precedenti, a causa dei quali abbiamo appena 5000 posti letto in terapia intensiva a fronte di una popolazione che supera i 60 milioni di persone, non coloro che nelle cliniche private hanno nascosto in un primo momento la diffusione del virus, non coloro che non hanno preventivamente preparato alcuna alcuna strategia di lotta ad un eventuale contagio nonostante istituti e scienziati di tutto il mondo ci avvertivano da anni che una nuova pandemia ci sarebbe stata e nemmeno coloro che hanno stuprato e massacrato fino a ieri il nostro pianeta determinando le condizioni ideali per il diffondersi della pandemia. No, nella nuova narrazione la scure dell’intolleranza si abbatte su tutti coloro che esprimono dissenso dalla narrazione comune, da chi prova a rimettere a posto i fatti e le responsabilità al runner, per finire a chi esprime un pensiero alternativo o fa semplicemente delle domande. Ed effettivamente questi soggetti per certi versi sono più pericolosi. Se infatti da un punto di vista sanitario quelli che vanno a correre o a passeggiare da soli e in generale quelli che contestano la narrazione ufficiale sono perfettamente innocui (nel senso che, di fatto, non sono loro a trasmettere il covid-19), da un punto di vista psicologico sono i più pericolosi perché con il loro atteggiamento riottoso mettono a rischio il precario senso di sicurezza conquistato faticosamente dai più grazie alla litania del #iorestoacasa (che agisce proprio come una preghiera) e allo strumento della reclusione.

E così chi prova a far valere i diritti (di tutti, non solo i propri) viene equiparato a chi simcomporta effettivamente da irresponsabile, le differenze scompaiono e questi soggetti diventano le nuove vittime degli haters dell’ultima ora. Così succede che gli odiatori (che non sono altro che i soggetti più spaventati, più insicuri e con meno mezzi a disposizione per combattere i virus della cattiva informazione, della rabbia e del pregiudizio) diventano i nuovi paladini della giustizia in un copione visto e rivisto in tutti gli eventi storici più tragici e cominciano a buttare secchi d’acqua dai balconi in testa a chi sta andando a lavorare anche per loro, a denunciare gente che non faceva nulla al di fuori dei propri diritti, ad aggredire verbalmente dalle finestre, per le strade, sulle bacheche e, purtroppo, a passare spesso all’aggressione fisica, avallati e sospinti da una campagna mediatica del terrore che fa percepire il fenomeno in maniera del tutto alterata. Basti pensare a come il messaggio #iorestoacasa si sia tradotto in molti nel convincimento che il virus sia nell’aria, per non parlare di tutto il giornalismo marcio e incompetente che sta usando frasi come “combattere una guerra”, avallando e moltiplicando il terrore già dilagante di chi non ha l’adeguata capacità di critica, e dei toni terroristici e criminali di alcuni amministratori locali che non hanno ben capito la differenza tra governare e regnare ma che hanno capito fin troppo bene che la prossima campagna elettorale si gioca tutta qui, e più la massa applaude più i toni si inaspriscono e il livello si abbassa. Un linguaggio da denuncia che andrebbe debellato in virtù del benessere psicologico collettivo.

Ma se l’incompetenza mediatica ha fatto la parte del leone non meno importante è stata, ancora una volta, la mancanza di cultura scientifica, che avrebbe potuto costituire un solido argine alla paura e all’incapacità di interpretare fatti e notizie. Se per pensiero scientifico intendiamo infatti la capacità di sapersi porre le giuste domande di fronte ad un fenomeno nuovo, con un minimo di pensiero scientifico molti sarebbero stati in grado di capire che parlare di numero di contagiati in un paese che non fa le analisi non ha senso, che se il numero di contagiati è il doppio o il triplo di quelli conosciuti allora diminuisce sensibilmente il tasso di mortalità, che c’è una certa differenza tra i morti di Covid-19, che sono nell’ordine delle decine, e i morti con Covid-19, che sono tutti gli altri (il che non vuole sminuire la perdita di tante vite ma vuole far riflettere sulla narrazione imposta dal governo e accettata acriticamente dalla popolazione), che una volta impostato il regime di quarantena il contagio non avviene a causa dei runners ma negli ospedali e nelle industrie rimaste aperte, che il problema che lo stato aveva non era in sé il dilagare del virus ma l’impreparazione del sistema sanitario, che le pandemie sono connesse con l’alterazione degli ecosistemi, l’inquinamento e in generale con tutte quelle condizioni che ci stanno condannando a morte per mano di altre patologie già da alcuni anni e che e tutto il resto è campagna elettorale. Purtroppo, poi, alla mancanza di cultura scientifica seguirà la mancanza di educazione ambientale (intesa come la capacità di pensare per connessioni e di sapersi collocare all’interno degli ecosistemi) e il risultato fin troppo scontato saranno nuove persecuzioni di specie e ambienti (come sta già avvenendo in Cina), le difficoltà di rileggere il fenomeno alla luce della più generale degradazione delle condizioni di salute e conservazione degli habitat e degli ecosistemi dovute alle dissennate scelte delle politiche mondiali sulle questioni economiche, ambientali e sanitarie (Italia in primis) e l’impossibilità di tornare indietro dopo che una serie di mezzi di spionaggio e limitazione di massa saranno stati giustificati. Ora più che mai abbiamo bisogno di imparare ad essere resilienti.

Così che cosa possiamo imparare da questa triste storia in fieri? Molte cose e quello che segue è un elenco che potrebbe diventare infinito. Il punto è che si può e si deve imparare, si può e si deve saper trarre il lato positivo, si può e si deve riflettere a dispetto di tutti quelli che percepiscono un pericolo nelle nostre riflessioni.

Possiamo imparare che abbiamo bisogno di cultura scientifica, ma non quella nozionistica che ci insegnano a scuola, bensì quella pratica e realistica che si applica alle nostre vite quotidiane, da un lato limitandoci e dall’altro migliorandole;

che abbiamo bisogno di imparare a pensare in maniera complessa, ecologica, per poter cogliere le sfumature, le connessioni, le implicazioni;

che l’attuale sistema scolastico con materie slegate tra di loro e a compartimenti stagni serve a prendere un buono (o un cattivo) voto ma non (o quantomeno non sempre) a comprendere la realtà;

che abbiamo bisogno di sviluppare spirito critico per poter cogliere interessi e sfumature che si celano dietro i messaggi che ci vengono lanciati e ai quali ci si vuole far uniformare;

che la conoscenza storica non ci serve a ricordare fatti e date ma a comprendere le narrazioni che sottintendono quei fatti e a saperle collocare in contesti più ampi e più complessi;

che ancora oggi crediamo che l’uomo sia la specie dominante, ma l’essere più piccolo di tutti, quello che neanche consideriamo un vivente, ci ha mostrato tutto il nostro essere effimeri su questo pianeta;

che questo essere effimeri non deve destabilizzarci ma aiutarci a trovare la nostra vera collocazione nel mondo, in piena ecocompatibilità con specie ed ecosistemi;

che usiamo ammirare e dare importanza alle cose di grandi dimensioni (i grandi predatori, i grandi giocattoli, le grandi opere, i grandi regali…), ma l’essere più piccolo di tutti, quello che neanche consideriamo un vivente, ci ha mostrato tutta la potenza del più minuto e del meno appariscente;

che, dunque, come specie non siamo nè così grandi nè così potenti e soprattutto che la grandezza non è un criterio di importanza;

che siamo fin troppo pronti a barattare i nostri diritti in cambio di una sicurezza che in realtà nessuno ci può dare, con il rischio di creare un precedente per restrizioni permanenti di una delle prerogative già ora più problematiche dei nostri Stati: la supervisione alla circolazione degli individui dentro, fuori e attraverso i loro confini;

che dovremmo imparare ad accettare l’incertezza e a coltivare un delicato e paradossale equilibrio tra l’agire più responsabile e razionale possibile, volto a minimizzare il rischio di essere contagiati e di contagiare, e l’accettazione del fatto che non tutto può essere controllato, risolto e razionalizzato. Che dovremo tornare a familiarizzare con l’idea che non siamo i “padroni” del pianeta, come ci eravamo convinti di essere, ma solo uno dei suoi ospiti. Se ci riusciremo, nella probabile perdita di molto, avremo comunque guadagnato moltissimo in termini di comprensione della complessità, delle leggi inafferrabili che la governano e delle strutture a cui ne abbiamo delegato la gestione. (cit C. Alemanni);

che i confini non esistono perché il pianeta è di per se interconnesso, a prescindere da cosa faccia comodo pensare a noi, e i muri servono solo ad innalzare e ad instaurare il circolo vizioso dell’esclusione, del sospetto e della paura basati sulla diversità;

che non stiamo combattendo nessuna guerra e non c’è nessuno intenzionato ad ucciderci, piuttosto c’è un’azione umana violenta sul pianeta che porta molte conseguenze, pandemie comprese;

che mentre un virus ci tiene in scacco il pianeta finalmente respira e con lui respireremo anche noi, guadagnandone, paradossalmente, in salute;

che qualunque costituzione è carta straccia se non include i diritti di ogni uomo sulla terra, di ogni specie sulla terra e del pianeta tutto;

che possiamo fare tranquillamente a meno di gran parte delle cose che prima ci sembravano indispensabili;

che l’unica cosa di cui abbiamo veramente bisogno è la relazione con gli altri e l’unico motivo per cui siamo riusciti a starcene chiusi in casa tutto questo tempo è riconducibile ad internet e al telefono, strumenti grazie ai quali con gli altri siamo stati sempre in contatto, sebbene non sempre abbiamo saputo dare loro rispetto e importanza;

che possiamo scegliere di dare maggiore qualità alle nostre relazioni coltivando la cura, l’empatia, la collaborazione e la comprensione;

che le relazioni basate sulla competizione e il paragone non servono, premiano molto di più quelle basate sulla collaborazione;

che la diversità può essere un criterio di comprensione ma mai di discriminazione perchè senza diversità non saremmo vivi. Lo stesso Covid-19, così come tutti gli altri organismi patogeni al mondo, proprio nella diversità genetica troverà l’unico argine possibile;

che abbiamo bisogno di una transizione ecologica in ogni singolo e più piccolo aspetto delle nostre vite, dal pensiero all’azione, dall’acquisto quotidiano alle scelte politiche, dal tipo di energia che fa muovere le nostre macchine al tipo di energia che fa muovere noi stessi;

che la paura, il timore, l’insicurezza, sono sentimenti utili se ci spingono a lavorare su noi stessi per diventare più forti, non se ci spingono a chiudere possibilità, esperienze, opzioni, porti, confini e via dicendo;

che la realtà è complicata e ogni volta che operiamo una semplificazione stiamo perdendo dati importanti su cui riflettere e necessari strumenti di interpretazione;

E che abbiamo bisogno di avere coraggio. Coraggio di rimettere in discussione il senso della nostra esistenza come specie, come collettività e come individui, di ridefinire il nostro ruolo di specie nella cornice del pianeta, di ricominciare a considerarci una specie soggetta alle leggi di natura come tutte le altre e di riscrivere quella costituzione allargata che si basa sulla fratellanza tra i gruppi e le culture umane, tra gli uomini e le altre specie e tra gli uomini e il pianeta.

2 risposte a "Dalla paura della diversità al panico da Covid-19. Riflessioni ai tempi della pandemia."

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