Genitori – Giovani – Tecnologia: una relazione complicata

ImmaginePomeriggio al Parco a leggere, scrivere, rilassarmi. Non lontano da me, sul prato, vengono a sedersi una madre con la figlia. L’una giovane, sulla quarantina, l’altra piccola, sui 10 anni. La prima ha con se un telefonino, l’altra ha con se un pallone di Hello Kitty. Si siedono l’una di fronte all’altra alla distanza di circa due metri. O meglio, la madre si siede e la figlia le si siede di fronte. Perché specifico questo dettaglio? Perché i dettagli sono importanti, e questo lo è particolarmente. La madre prende subito ad armeggiare col telefono cellulare, la figlia dopo qualche minuto le chiede di giocare. Nessuna risposta. Qualche altro minuto. La figlia rifà la stessa richiesta. Non ottiene attenzione, così prende a ripetere senza fermarsi e in tono interrogativo “giochiamo giochiamo giochiamo giochiamo giochiamo giochiamo hai finito hai finito hai finito hai finito”… ed è proprio questo che attira la mia attenzione, lasciandomi intuire che questa scena non si compie oggi per la prima volta. La madre la ignora e continua ad armeggiare con il suo cellulare con un atteggiamento che dice che continuerà a ignorarla finché lei farà così. Ma la figlia non ha cominciato a fare così da subito, ha cominciato a fare così DOPO essere stata già ignorata. Non ottenendo risultati prende il pallone e lo lancia all’indirizzo della madre. A questo punto quest’ultima si arrabbia e la sgrida. Ma sono solo pochi secondi, perché il cellulare è più importante e ricattura subito la sua attenzione. Arriva un bambino e si siede non lontano, di fianco alla donna, mostrando interesse per il pallone. I due bambini cominciano a giochicchiare, lei in piedi e lui seduto. La madre è soddisfatta, finalmente potrà discorrere col suo cellulare in pace. I piccoli si lanciano qualche tiro. A un certo punto la bimba sbaglia la mira e indirizza il pallone alla madre, la quale allunga il piede e lo colpisce rimandandolo alla figlia. Guardo quest’ultima sorridere finalmente contenta ma è appena un secondo e il suo sorriso si spegne: sua madre ha di nuovo gli occhi incollati al telefono, si era trattato con ogni probabilità di un riflesso condizionato. A questo punto la piccola smette di giocare, si siede e rimane senza far nulla.

Mi chiedo cosa possa indurre nella bimba l’atteggiamento della madre, quali modificazioni nel suo comportamento e nello sviluppo della sua relazione con l’adulto. Sto esagerando? Non credo. Mi sembra invece che questo episodio suggerisca ben due tipologie di problemi: da un lato la relazione tra genitore e figlio, tra adulto e bambino, che molto spesso è vissuta dal primo con un approccio prevalentemente assistenziale (è piccolo, non sa/non può fare le cose da solo, io devo sopperire a questa incapacità. Lo porto al parco così gioca col pallone) e dal secondo con una sete di relazione che non viene mai saziata del tutto (vorrei che tu giocassi con me, che al parco FOSSIMO insieme, non tu col tuo cellulare ed io col mio pallone). Questa disparità nella visione della relazione genitore-figlio non può che generare insoddisfazione e conflitti e, comunque, impedire il pieno di sviluppo di un rapporto che, invece, potrebbe/dovrebbe essere di reciproco scambio, di reciproca sperimentazione e di reciproca crescita. Inoltre nessun bambino verrà mai educato dalle nostre parole ma sempre, soltanto dal nostro esempio. Qual è l’esempio e soprattutto il messaggio che viene dato in questo caso? Io sono grande e tu sei piccolo, i grandi e i piccoli si occupano di cose diverse e, pertanto, sono due mondi separati. Se vuoi giocare potrai farlo con un altro bambino perché io devo occuparmi di cose da grandi. E così i ponti tra due mondi che sono si diversi ma che avrebbero infinite possibilità di interconnessione, una delle quali è proprio il gioco, vengono definitivamente tagliati non senza sofferenza da parte del bambino. In questo modo diciamo al bambino che deve condurre le proprie esperienze da solo e ci escludiamo da qual bellissimo e complicato processo che è la crescita, finendo per dare importanza alla forma (se mi butti il pallone addosso sei maleducata) e non alla sostanza (perché sei arrivata a compiere questo gesto?) Perché poi quello stesso genitore si senta in diritto di sgridare i propri figli perché passano troppo tempo davanti al computer o perché stanno sempre davanti a un cellulare rimane un mistero. E giungiamo al secondo problema, che concerne proprio il rapporto che sviluppiamo con la tecnologia. Sento spesso parlare gli adulti del “problema” del computer o ancor più dei videogiochi. Ne sento parlare sempre in termini negativi: totalizzano i bambini, li isolano dalla realtà, li rendono asociali, li rendono sordi ai richiami o agli ordini delle mamme ecc. ecc. La lamentela (perché di lamentela si tratta quasi sempre, non di riflessione) prosegue poi con l’inevitabile frase “Ai miei tempi…” e continua con noiosi quanto inutili paragoni che, ovviamente, hanno la presunzione di affermare che i propri tempi erano migliori di quelli attuali. Certamente l’uso sbagliato, o meglio inconsapevole, delle nuove tecnologie può essere problematico e può nascondere implicazioni e conseguenze che noi adulti di oggi, immigrati digitali, non siamo in grado di prevedere; certamente c’è da interrogarsi sui grandi cambiamenti che esse impongono alla nostra epoca e sull’impatto che hanno sul sistema educativo e, quindi, sui nostri bambini. Ma perché partire dagli aspetti negativi? Perché dare per scontato che il cambiamento sia in peggio? Perché mantenere tante resistenze nei confronti di un nuovo tipo di comunicazione di cui, peraltro, facciamo ormai un massiccio utilizzo anche noi adulti? Le grandi scoperte che hanno lanciato in avanti l’umanità, portandola dall’età della pietra a quella della rivoluzione digitale, hanno sempre messo in discussione l’ordine costituito per proporre grandi cambiamenti. Tutti noi, col senno di poi, riconosciamo come illuminate le teorie di Galileo, di Darwin ecc sebbene esse abbiano stravolto il pensiero comune di quel tempo. Tuttavia siamo riluttanti al cambiamento e lo bolliamo sempre come negativo, così come oggi facciamo comunemente quando parliamo del rapporto tra i nostri adolescenti e le nuove tecnologie. E quando bolliamo a prescindere qualcosa come negativa stiamo praticamente chiudendo il discorso. Stiamo rifiutando di rifletterci su. Qui si potrebbe obiettare che il paragone non è pertinente in quanto i grandi scienziati citati hanno cambiato il pensiero, mentre le nuove tecnologie stanno cambiando il modo di comunicare, ma il comunicare e il pensare sono strettamente interdipendenti e si influenzano, si modificano l’un l’altro. Questo nuovo tipo di comunicazione sta rivoluzionando anche il pensiero e la cultura, si pensi ad esempio alla grande, nuova consapevolezza in materia di ambiente che giovani e adulti in tutto il mondo stanno acquisendo grazie alla frequentazione di Blog, Social ecc. E poi, come affermava McLuhan “il medium E’ il messaggio”, volendo intendere che il mezzo tecnologico che determina i caratteri strutturali della comunicazione produce effetti pervasivi sull’immaginario collettivo, suscita negli utenti-spettatori determinati comportamenti e modi di pensare e porta alla formazione di uno specifico modo di agire. E se lo diceva McLuhan…  Più che un problema in senso negativo le nuove tecnologie, se indagate senza pregiudizi, possono rappresentare un favoloso strumento non soltanto di comunicazione ma, soprattutto, di educazione e formazione, possono abbattere quei limiti comunicativi tipici dell’istruzione scolastica e avvicinarci alla risoluzione di quel magnifico problema posto da Gardner quando parlava di intelligenze multiple. Ma non sarà dunque che il problema, più che le nuove tecnologie, siamo noi adulti? Non sarà che siamo noi i primi utilizzatori INCONSAPEVOLI e “NON-RIFLETTENTI” sulle novità che il nostro tempo ci propone? Non sarà che, semplicemente, siamo noi a non essere in grado di gestire il nostro rapporto con la tecnologia e, maggiormente, quello tra essa e i nostri bimbi? Perché insegnamo loro ad andare in bicicletta ma non gli insegnamo a navigare e ad acquisire informazioni con consapevolezza e spirito critico? Non sarà che non ci interroghiamo abbastanza sull’esempio concreto che diamo loro? Forse per la prima volta nella storia dell’umanità giochiamo a ruoli invertiti: i giovani trainano noi adulti in una nuova dimensione comunicativa e, quindi, culturale. Lo sforzo è dunque notevole ma necessario: non possiamo rimanere indietro, intrisi da un’inutile malinconia di un passato che sembra migliore solo perché lo si è vissuto ma non lo si è analizzato criticamente, non possiamo continuare a generare distanze sempre più grandi tra “i nostri tempi” e “il giorno d’oggi”, tra noi e i nostri piccoli. Dobbiamo acquisire quella consapevolezza che negli anni è andata perduta e divenire nuovamente punti di riferimento.

Allo stesso modo e con la stessa superficialità ci escludiamo dal loro mondo reale (fatto principalmente di gioco) e dal loro mondo virtuale (fatto di internet e social network) ma siamo pronti a giudicare il primo e a criticare l’altro. Dovremmo invece acquisire la capacità di gestire (non subire) il tempo con i nostri bambini e trovare il momento di lasciare il cellulare a casa, sederci di fronte a loro e dire “giochiamo?”, ma anche il momento di spegnere la TV o chiudere Facebook (se lo utilizziamo), sederci accanto a loro e dire “navighiamo?”

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