Il mare nel cratere

Esiste un luogo in cui il cratere di un antico vulcano é stato parzialmente sommerso dal mare e quel che rimane appare un’isola che puoi toccare con mano, raggiungere senza neppure nuotare.

Esiste un luogo in cui il mare é una laguna calda e trasparente che puoi percorrere a piedi in lungo e in largo lasciando che le alghe e i pesci ti solletichino le piante dei piedi.

Esiste un luogo in cui non c’è spiaggia eppure puoi stenderti comodo e caldo e abbracciare con un sol sguardo il Vesuvio, l’isola di Capri, il promontorio di Capo Miseno e il monte Epomeo a guardia della bella Ischia.

Esiste ancor oggi, in questo luogo, la testimonianza degli sfarzi romani e, appena sotto il pelo dell’acqua, migliaia di piante e animali che al pari di quei nobili banchettano senza sosta su un mare d’alghe abbarbicate alla banchina di tufo.

Molti amici me ne avevano parlato descrivendolo come il posto bellissimo che é ma avvisandomi che “non é adatto bambini!”, così ho deciso di andarci con Mattia per testarlo di persona. Ebbene, sento di poterlo smentire.

Siamo a Bacoli, caratteristico borgo dei Campi Flegrei che da almeno 2000 anni accoglie nel suo ventre viaggiatori da ogni dove e ciascuno é a casa. Il vulcano, qui, al pari di noi uomini, crea e distrugge, separa e unisce, forma ponti e allarga mari. Ed è proprio uno di questi mari che ha colmato il cratere generando quella che i locali chiamano Schiacchietiello, una baia bellissima e suggestiva ma anche un paradiso per tutti quei bambini che il mare lo amano nel senso più profondo: per le creature che lo abitano, per le emozioni che è in grado di suscitare, per la sete di scoperta e di avventura. Perciò se cercate la classica spiaggia da ombrellone, lettino e pedalò, questo angolo di costa Campana non fa per voi, ma se invece siete alla ricerca del luogo perfetto per indossare maschera e boccaglio e andare alla scoperta della natura sommersa insieme ai vostri bambini allora non c’è posto migliore!

A dirla tutta, lo schiacchietiello non è neppure una spiaggia ma una banchina di tufo larga poco più di 2 metri che si tuffa in un mare spettacolare dove, aiutate dalla bassa profondità e dalla buona illuminazione, centinaia di specie vegetali e animali vivificano ogni più piccolo anfratto di roccia vulcanica. Questa laguna la puoi percorrere senza neppure bagnarti il petto oppure a pancia in sotto procedendo palmo a palmo con le mani ed è ideale per i piccoli non ancora svezzati al nuoto. Di fronte, la neonata isola di punta Pennata (separatasi dalla terraferma solo negli anni 60) sorge da questo mare profondo appena pochi centimetri in tutta la sua verdeggiante bellezza e narra una storia lunga più di 10.000 anni: quella che ai nostri occhi é solo un’isola, infatti, é in realtà, assieme al promontorio di Miseno, ciò che resta di un antico cratere vulcanico generato dalla messa in posto del tufo giallo napoletano durante uno dei momenti più intensi del vulcanismo Flegreo. E come sempre i Romani furono pronti a coglierne le potenzialità: a loro sono attribuiti i ruderi ancora oggi presenti sull’isola che puoi toccare con mano, che puoi raggiungere senza neppure dover nuotare percorrendo l’istmo ormai sommerso ma ben visibile ad occhio nudo, bagnando poco più che le ginocchia.

Lo sguardo viaggia: il Vesuvio, Capri, Capo Miseno e Ischia sembrano scolari in fila ordinata che puoi quasi afferrare per il grembiule.
Una garzetta viene a posarsi poco distante, quasi a voler testimoniare la tranquillità del luogo. La osservo mentre Mattia gioca con due bambine che ha appena conosciuto. Stanno cercando di riempire con l’acqua del mare una piccola cavità nella banchina di tufo mentre un residuo metallico che hanno trovato poco più in là per l’occasione é diventato una nave. Vanno avanti e indietro dalla pozza alla battigia finché una medusa intrappolata nella piccola insenatura da cui attingono l’acqua impedisce loro di metterci le mani. Ora l’attenzione è tutta su di lei e ciascuno avanza ipotesi su come sia finita lì: “ma non sa nuotare?”, “é morta?”, “é di gelatina?”. Comunque lei non sembra intenzionata a lasciare campo libero, così loro si adattano e prendono a misurare le loro capacità di equilibrio cimentandosi in percorsi avventurosi tra tufo e acqua, la sfida é quella di non bagnarsi.

Non c’è spiaggia, non c’è possibilità di fare il bagno perché fa ancora freddo e per il momento il mare è delle meduse, non ci sono giocattoli né animatori e il luogo non é troppo comodo, eppure i bambini sono in operose faccende affaccendati. Non c’è traccia di noia né di non saper cosa fare: la natura li impegna in mille modi. Tutti i giochi che vanno facendo sono in realtà esperimenti del reale che permettono loro di imparare, di fare ipotesi, formulare teorie. Se riesco a riempire la bottiglia solo per un quarto quanti viaggi dovrò fare per riempire la mia pozza? In quale posizione devo tenere la bottiglia affinché entri più acqua? Se riempio troppo la pozza l’acqua tracimerà dal bordo più basso, come posso impedirlo? Forse con una barriera di sassi? Per simulare una nave ho bisogno di un oggetto che galleggi, quale potrebbe essere quello più adatto? E perché alcuni galleggiano e altri no? Quali sono le qualità che li fanno galleggiare o andare a fondo?

Domande da ingegneri, da fisici, da scienziati. Domande da bambini. Perché i bambini sono veri e propri scienziati che esplorano il mondo ponendosi domande, facendo esperimenti, inferendo dati ed elaborando teorie e la materia su cui operano é il mondo stesso, il contesto in cui vivono e si muovono. Se quel contesto é sempre uguale come al chiuso di una casa, le domande smettono di emergere e i bambini si intorpidiscono, il loro talento viene sprecato, ma se il contesto é la natura allora non c’è limite alle domande che possono affiorare. Allora i bambini diventano avidi di scoprire, di conoscere, di imparare, le loro possibilità di crescere si moltiplicano. Allora il mondo appare ai loro occhi per quello che é: una fonte infinita di meraviglia, e loro appaiono ai nostri per quello che sono: scienziati impegnati a comprendere.

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