E i bambini?

Tempo di pandemia, tempo di quarantena. Tempo di decreti, ordinanze, conferenze stampe, opinioni, opinionisti, contraddizioni, annunci, selfie con mascherina, pizze e panzerotti, ammortizzatori sociali e campagne elettorali sul Covid-19. Non si parla d’altro che del virus, di cosa fa, di cosa non fa, di cosa bisogna fare per fermare il contagio, di cosa fare per trascorrere il tempo in casa e di quello che fanno stato, regioni e comuni per aiutare i cittadini.

Già, i cittadini, ma quali? Grandi, piccole, medie e microimprese, liberi professionisti, dipendenti pubblici e privati, genitori lavoratori, pensionati, nullatenenti, ammalati, parenti degli ammalati, quelli che curano gli ammalati e quelli che sono venuti in contatto con gli ammalati. I dibattiti si sono sprecati su chi puó e deve continuare a lavorare, sul contagiato zero, su chi mischia e chi no, sui runners minacciosi, su quando, come e dove si debba fare la spesa, sul diritto o divieto di fare attività motoria, sulle strade piene e vuote (secondo i punti di vista), su come si debbano indossare le mascherine e addirittura su quale parte dello stivale vinca la penosa competizione da primo della classe e da sceriffo dal polso di ferro.

Bambini-attenzione-agli-schermiE i bambini? Oh certo, la didattica a distanza! Come se l’unico bisogno di bambini e ragazzi fosse il voto in pagella, come se l’esperienza scolastica, poi, fosse un’esperienza educativa solo in relazione agli intenti e ai metodi istituzionali e non anche in funzione delle dimensioni informali che in essa si sviluppano (relazioni con i propri pari, partecipazione a movimenti collettivi, rapporti con alcuni insegnanti non strettamente riconducibili alla relazione didattica istituzionale, sicurezza e accoglienza per i minori con situazioni familiari problematiche e via dicendo). Come se “nella scuola non fossero l’imponderabile, il non prevedibile, il sottovalutato, il minimalista, fattori che effettivamente determinano percorsi e risultati trasformativi” (S. Tramma). Come se le relazioni educative e i contesti educativi, con tutto il loro portato umano, non fossero il fattore fondamentale, il fulcro della didattica, il motore che può spingere verso il cambiamento (tanto in positivo quanto in negativo). Il concetto di scuola (e di docente, e di allievo) che ne viene fuori, è aberrante, disumano e lontano anni luce dal significato, dagli obiettivi e dai metodi che una comunità educante dovrebbe esprimere.

Certo, siamo in emergenza, ma davvero la didattica era il bisogno primario dei bambini (e delle loro famiglie)? E davvero la soluzione migliore era la didattica (questa didattica) a distanza? Chi si è preoccupato, chi ha dibattuto di come stanno i bambini, di quali siano, se ce ne sono, le risorse a cui essi possono attingere per fronteggiare un momento che, se per un adulto è difficile, per loro puó risultare distruttivo? Tanti adulti non sono stati capaci di mantenersi saldi di fronte alla paura ma chi ha riflettuto su come questi adulti abbiano potuto prendersi cura dei propri figli? Come hanno potuto spiegare, rassicurare, educare se non sono stati in grado di farlo neppure per se stessi? E tutti quelli che “DOVETE STARE A CASA” hanno mai pensato a tutti i minori (e donne e anziani) vittime di svariati tipi di violenza domestica, per i quali la casa è il peggior inferno che si possa immaginare?

Mentre si riprogramma una riapertura delle aule improntata alla massima sicurezza per studenti, docenti, personale scolastico e famiglie, è necessario salvaguardare anche tutti gli altri aspetti che compongono la vita dei nostri bambini, dalla dimensione emotiva alla socialità. La didattica a distanza, per cui sono state stanziate importanti risorse, è stata per molti giorni (e continua ad esserlo, ndr) l’unico aggancio con il mondo esterno. Tuttavia, la vita di un minore non è soltanto questo.” (Vanna Iori, Senatrice PD). I bambini non vivono di nozioni, per le nozioni, per avere un numero su un pezzo di carta, i bambini vivono per fare esperienza, vivono di esperienze capaci di farli crescere e migliorare nella concretezza delle loro vite, vivono di sogni e bisogni, di progetti e aspettative, di sentimenti, desideri e relazioni esattamente come gli adulti. Non sono studenti, studenti e basta, esistono oltre la scuola e tutto quello che esula dalla scuola non è affatto meno importante e il paese di Maria Montessori, di Danilo Dolci, di Don Milani, di Mario Lodi, di Alberto Manzi, di Bruno Munari, di Gianni Rodari e di Franco Lorenzoni doveva saperlo più e prima degli altri. Invece abbiamo avuto la conferma (o forse qualcuno lo ha scoperto adesso) che, dai più, i bambini non sono considerati per quello che sono, ma per quello che fanno. Non sono persone con legami, emozioni, abitudini, paure, aspettative, problemi, difficoltà, sogni, desideri e bisogni, loro sono solo studenti e quel che va oltre la dimensione di studente, come si dice a napoli “è ‘na pazziell”, un gioco considerato privo di importanza. E così oltre la didattica a distanza, il nulla. Alle porte della fase 2 i bambini sono ancora i grandi assenti dall’emergenza Covid-19 e, nonostante l’istituzione di un apposito gruppo parlamentare costituito dai soliti ancorché pochi Don Chisciotte che combattono contro i mulini a vento di questo scarno panorama politico da tronisti (ad essi va tutta la mia stima), l’ennesima diretta TV neanche li nomina e nel dcpm di turno peggio che andar di notte. Troppo poche, deboli ed isolate le voci che si sono alzate nel tentativo di ridare umanità a questa porzione scomparsa della popolazione e il mantra de “i bambini sono il futuro” si è scoperto essere un contenitore vuoto, vuoto di progettazione, di intenzionalità, di pensiero, un puro e semplice proclama. In questa società dei grandi i bambini hanno trovato meno spazio degli animali domestici. Questi ultimi infatti, per fortuna loro e dei loro padroni, hanno avuto fin da subito un paragrafetto nel decreto di turno che ne sanciva il diritto all’ora d’aria. I bambini no, lo hanno avuto solo dopo un mese di inutile e totale reclusione. “Fino ad oggi il destino dei bambini non è solo venuto in secondo piano ma è stato completamente ignorato, se non nei settori specializzati, in accordo alla visione ‘negazionista’ della nostra società riguardo alla prima infanzia, delegandone il peso quasi interamente sulle famiglie salvo poche compensazioni economiche di scarso peso. È evidente che nella nostra società liberistica e consumistica l’interesse predominante vada a dati sul prezzo del petrolio o sulla riapertura delle fabbriche e delle attività, senza sottilizzare sulla loro utilità sociale o sul loro contributo al benessere collettivo, e che non ci sia spazio per considerazioni sul futuro dei nostri figli.” (A. Citti, Accompagnatore escursionistico di Sentiero Verde).

E’ necessario, allora, fare in modo che questo tempo non sia un tempo sospeso o un tempo morto, piuttosto un tempo di grandi riflessioni, di riconsiderazione, di messa in discussione di convinzioni vecchie e nuove, un tempo di revisione e riprogettazione, un tempo di ripensamento dell’infanzia e di tutto ciò che ruota attorno ad essa, un tempo di decostruzione, critica e ricostruzione della realtà e della normalità asfissiante ed asfissiata che ci narcotizza. E’ necessario ripensare a questa pausa forzata come a una grande occasione per sovvertire le priorità del paese e dare ai bambini (ai bambini, non alla scuola) la centralità e l’ascolto che meritano, per ripartire con un progetto di rinnovamento sociale che includa, comprenda e metta avanti le esigenze dell’infanzia. “La tempesta del coronavirus, una volta messa alle spalle, sia anche l’occasione per valorizzare quelle esperienze che sono state spesso disconosciute e bistrattate, come la scuola all’aperto, nei parchi e nei boschi, nelle aziende agricole delle aree rurali. Sforziamoci di progettare la fase 2 pensando prima a loro, cercando di metterci dalla parte di ragazzi e bambini, di trovare soluzioni che possano andare incontro al loro bisogno di fare esperienza del mondo. Proviamo a restituire a bambine e bambini l’esperienza della natura, e ai nostri ragazzi le competenze per affrontare le sfide di un mondo in pieno antropocene.” (Rossella Muroni, ecologista e deputata di LeU).

Siracusa.-La-città-perde-ancora-colpi-più-giù-di-altri-due-posti-nella-classifica-del-Sole-24-OreGià, ma come? Riprogettando per prima cosa gli spazi. Quelli delle città, sempre più lontane dai bisogni dei bambini, sempre più inquinate, impraticabili e pericolose. I bambini hanno bisogno di giocare, inciampare, scoprire, andare a fare piccoli servizi in piena autonomia e tornare a fare esperienze libere assieme al gruppo dei pari, hanno bisogno di ampi spazi aperti in cui muoversi e hanno bisogno di fare esperienza di se e le città dovrebbero essere riprogettate per consentire loro di fare tutto questo. Dovrebbero garantire ampi centri di vivibilità per la cittadinanza, completamente rinverditi, all’interno dei quali ci si muove solo con metropolitane, a piedi, in bici e monopattini elettrici, circondati da fasce di parcheggi sul modello di Venezia. Abbiamo bisogno di città le cui politiche di progettazione urbana muovano dalle esigenze dei bambini, che siano in grado di garantire loro il diritto di partecipare alla vita sociale, di influenzare le decisioni e di esprimersi liberamente, di camminare e di giocare, il diritto di vivere in un ambiente non inquinato e quello di poter accedere a spazi verdi e strade non pericolose. Città che, attraverso il loro assetto e i servizi messi a disposizione dei bambini, lavorino a favore dell’autonomia dei minori. Città educative. Perchè, come affermato durante la Conferenza di Rio “una città adatta ai più piccoli è in grado di garantire una migliore qualità di vita a tutti i cittadini”.

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Assieme ad esse abbiamo bisogno di riprogettare la natura e gli spazi naturali all’interno dei nostri luoghi di vita partendo dalla consapevolezza di come e quanto la loro presenza puó migliorare le nostre vite nella loro quotidianità e abbiamo bisogno che tali spazi permeino la vita di ogni singolo cittadino, progettando anche all’interno delle città corridoi che siano ecologici non solo per le altre specie ma anche per la nostra mente e il nostro benessere, perchè la natura non solo aumenta la qualità delle nostre vite e della nostra salute ma è anche in grado di appianare molti tipi di disuguaglianza sociale.

SCUOLA-FinlandiaAbbiamo bisogno di ripensare la scuola – i suoi spazi, i suoi metodi, i suoi obiettivi – mettendo radicalmente in discussione il modello attuale basato sulla separazione e sulla semplificazione (delle materie, delle conoscenze, delle persone, dei banchi ecc) a favore di un modello che assuma la complessità del reale come paradigma educativo. Abbiamo bisogno di una scuola fortemente radicata nel proprio territorio, che non recepisce i problemi costruiti da altri (sui quali è peraltro cronicamente in ritardo) ma che sia essa stessa luogo di problematizzazione della realtà, che sappia anticipare i problemi del futuro e diventare officina di idee e progetti per la loro risoluzione e all’interno della quale lo studio delle materie sia funzionale a questo modus operandi. Soprattutto abbiamo bisogno di una scuola che mutui dall’ecologia la complessità dei sistemi in cui viviamo, che insegni a collaborare e cooperare piuttosto che a competere, che insegni a fare rete e, di più, ad essere nodi di una rete. Abbiamo bisogno di restituire all’educazione scientifica e matematica l’importanza e la dignità che meritano, smettendola di somministrare concetti astratti, difficili e lontani ma, al contrario, riscoprendole e riproponendole in tutta la loro concretezza nell’interpretazione e semplificazione della nostra quotidianità.

educare-bambini-animali-naturaAbbiamo poi bisogno di ripensare la genitorialità e l’infanzia non solo nel campo ristretto della famiglia ma in quello ampio della collettività. È vero, i genitori sono i primi educatori e coloro che hanno una responsabilità diretta sui figli ma i bambini, la loro educazione, i valori che vengono loro trasmessi, influiscono e influiranno sull’intera collettività ed è per questo che proprio la collettività deve tornare ad assumersi una responsabilità educativa, a considerare i bambini figli di tutti, ad essere comunità educate attraverso azioni dirette ed indirette e attraverso il coraggio di educare. Abbiamo bisogno si smetterla di girarci dall’altro lato pensando che non sono affari nostri perchè viviamo in un mondo in cui tutto è connesso e qualunque azione genera vibrazioni in grado di perturbare l’intera realtà. Dobbiamo poi aiutare i genitori a trovare nuovi orizzonti di senso e a capire come muoversi relativamente ad essi, a fidarsi dei loro bambini, a riconoscere le loro capacità, a imparare ad insegnare al rischio, a saper affrontare le proprie ansie affinchè non divengano un limite, se non un timone, alla propria strategia educativa. Dobbiamo aiutarli a riconoscere i propri modelli educativi impliciti e a costruirla, questa strategia educativa, sulla base di valori e aspirazioni compatibili col mondo in cui si vive e con i suoi problemi.

autonomia-bambino-950x545Dobbiamo garantire ai bambini spazi di autonomia, il diritto alla natura e ad una vita sana, città sicure, servizi realmente utili ed efficienti, una scuola di qualità, una comunità educate competente con adulti maturi che sappiano tornare a fare i genitori, non gli amici giovanili e complici, e ad essere argini forti e modelli da seguire. Abbiamo bisogno di smettere di dire e pensare che tutto sta alle nuove generazioni perchè non è vero, sta a noi ed è su di noi che dobbiamo cominciare a lavorare qui ed ora se vogliamo assicurare ai bambini una crescita sana ed equilibrata, un orizzonte luminoso da seguire e un futuro che sia davvero vivibile. Abbiamo bisogno di imparare a reimmaginarlo, a riprogettarlo e a ricostruirlo questo futuro, sapendo che esso comincia nel presente, che le sue radici sono nelle azioni degli adulti di oggi e che, se sapremo dare l’esempio, i giovani ci seguiranno e dobbiamo essere consapevoli che, affinché esso sia praticabile e solido, l’educazione all’ambiente e alla sostenibilità, lo spirito di cooperazione e la disposizione al cambiamento dovranno essere le fondamenta del nostro agire. Siamo noi che dobbiamo cambiare e l’evidenza sta tutta tragicamente nell’origine, nella gestione e nell’interpretazione di questa pandemia. La domanda è: vogliamo farlo?

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