Natura in città

biodiversita

Ancora una volta sono su un treno, in viaggio, e da Salerno a Napoli attraverso uno dei territori più antropizzati e urbanizzati d’Italia. Nocera, Angri, Pagani, Torre Annunziata… Napoli. Una colata di cemento senza soluzione di continuità. Se la si guarda dall’alto dei monti Lattari o del Vesuvio toglie il fiato, fa paura. La forza distruttrice dell’uomo nei confronti della natura è terrificante, così come è terrificante la sua capacità di dimenticare il passato nei suoi aspetti migliori quanto nei peggiori. Dove è finita infatti la bellezza di questi territori tanto decantati dai poeti greci e latini? Uccisa, sepolta, inghiottita da strade, palazzi e tetti di lamiera. Dicono che l’uomo sia l’unica specie a possedere il senso della bellezza. Ma allora come possiamo circondarci di tanta bruttezza? Mi guardo attorno e tutto è grigio. Il grigio ci circonda, ci pervade, ci penetra, ci assoggetta al suo potere mortificante. Tutto è grigio e tutto diventa grigio: i nostri pensieri, i nostri stati d’animo, il nostro modo di osservare il mondo. Troviamo brutto e sporco tutto ciò che è grigio, eppure solo di grigio siamo in grado di circondarci, salvo poi fuggire appena possibile in luoghi più ameni e dominati da altri colori: il bianco delle vacanze sulla neve, il blu delle estati al mare, il verde della casa in campagna. E dove dominano altri colori la gente appare più felice. E già, perché la bellezza dei luoghi è uno dei primi fattori ad influenzare positivamente l’essere umano. Quando ci troviamo in un luogo bello e naturale ci sentiamo subito sollevati, più leggeri, meglio predisposti a tutto. Ci sentiamo migliori, Desideriamo essere migliori. La bellezza ci penetra e ci pervade così come ci penetra e ci pervade il grigio dominante delle nostre città, ma ovviamente i risultati sono opposti, antinomici, e si ripercuotono positivamente o negativamente sull’atteggiamento delle persone nei confronti di ogni singola sfera dell’esistenza. Pensate alle aule di scuola di 30 anni fa, le ricordate? Erano grigie. Erano grigie perché la pedagogia dell’epoca doveva formare i bambini all’obbedienza e al rigore. L’adulto doveva dominare sulla classe e trasmettere rigidamente concetti e regole. Fortunatamente, almeno in ambito pedagogico, quel periodo è passato, mentre non riusciamo ancora a superare l’architettura del grigio, distruttiva e distruttrice tanto dell’ambiente quanto del nostro spirito. Basta osservare criticamente i palazzi che si continuano a costruire in giro. Lo scopo di questa edilizia non è quello di dare ad ogni essere umano una casa degna di essere chiamata così ma soltanto quello di fornire un contenitore che possa contenere il maggior numero di persone possibile. Senso estetico e benessere psichico qui non trovano posto, figurarsi la cura del paesaggio. Scatoloni, essi non sono altro che scatoloni grigi che appesantiscono la città e il nostro stato d’animo. Eppure anche in questo paesaggio cupo e cinereo, pesante, asfittico, i miei occhi non intendono arrendersi e continuano a cercare la bellezza di una vita, di un colore. E, invero, non è poi così difficile trovarla. Ecco infatti che da quel poco di terra incolta ai margini di un’aiuola dimenticata spunta il giallo intenso di un fiore di Tarassaco; più in la scorgo un movimento, guardo bene e scorgo il volo di una Vanessa atalanta; in alto, sulla chioma striminzita di un Leccio soffocato dall’asfalto posso sentire il vociare dei Passeri d’Italia, che in questo periodo dell’anno se ne stanno tutti assieme al caldo nelle città; approfittando della giornata di sole anche una lucertolina ha deciso di interrompere per un po’ il sonno invernale  e ora se ne sta placida e seminascosta su quella poca erba fresca ai piedi di una panchina. Ma non ci sono solo loro. Se guardo meglio posso scoprire fiori di Cicoria e di Trifoglio, di Malva e di Acetosella, di Senecio e di Veronica, e ancora il volo di Codirossi spazzacamini e Ballerine, di Storni e di Luì piccoli, di Gheppi e di Gabbiani. E se poi nella nostra città è presente la foce di un fiume allora le sorprese saranno infinite: Cormorani, Beccapesci, Svassi piccoli, Martin pescatori, Piro piro piccoli e Aironi cenerini. La biodiversità che popola le nostre città, per quanto grigie e inospitali, è ricchissima e meravigliosa e basta solo saperla osservare per trovare un mondo di forme colorate e affascinanti. Un lichene sul tronco di un albero, un Capelvenere sulla parete di una fontana, un Nontiscordardime al margine di un marciapiede sono forme di vita piccole e timide, ma non per questo meno belle ed importanti di quelle più grandi ed evidenti, e se proviamo a fare una passeggiata alla ricerca di questi piccoli vicini di casa scopriremo che il numero delle specie sinantropiche animali e vegetali è elevatissimo e che molte di esse, seppur spesso indicate col termine dispregiativo di “erbacce”, sono invece specie importantissime ed utilissime per l’uomo. La maggior parte delle specie di piante che possiamo osservare in città ad esempio sono commestibili ed officinali e per secoli hanno avuto un posto di riguardo nell’alimentazione, nella farmacopea e nella cosmetica umana e non v’era nonna che non ne conoscesse i benefici e che non le raccogliesse per la buona salute di tutta la famiglia. Poi, tutt’a un tratto, esse sono state dimenticate e sostituite dai cibi industriali, pronti e veloci ma di certo meno completi e salutari, dai farmaci sintetici, infinitamente più costosi e non sempre altrettanto efficaci, e da prodotti cosmetici ottenuti in laboratorio, spesso pericolosi mix di ingredienti chimici derivati dal petrolio. E insieme ai principi attivi ne abbiamo dimenticato anche la delicata bellezza, tanto da arrivare a chiamarle, appunto, erbacce. Perché si sono meritate questo appellativo? Perché da preziose alleate si sono trasformate in odiose seccature? Beh, semplicemente perché esse sono tenaci e continuano a spuntare anche laddove facciamo di tutto per estirparle, anche negli ambienti più inospitali come l’invisibile crepa di un muro o l’infinitesimo spazio tra due mattonelle adiacenti. E con la loro tenacia ci mostrano la forza incontenibile della natura e la vita irrefrenabile della biodiversità che fa di tutto per esprimere se stessa. Queste meravigliose forme di vita ci hanno sostenuto per millenni, si sono evolute con noi e continuano ancora oggi, nonostante tutto, a svolgere il proprio fondamentale ruolo negli equilibri ecosistemici e meritano di essere riscoperte in tutto il loro valore. Dunque proviamo ad uscire con i nostri bambini affinando lo sguardo per scoprire queste piccole perle di natura, magari scattiamo loro delle foto e poi, a casa, con il valido aiuto di internet, proviamo a classificarle e a scoprirne le caratteristiche. Sarà un viaggio avvincente e affascinante in un mondo sconosciuto che vive proprio al nostro fianco ma di cui fino ad ora non c’eravamo accorti, un po’ come nel film Arthur e i Minimei, e ci aiuterà ad educare i nostri bambini alla cultura del “piccolo ma importante”, alla conoscenza della natura, allo spirito di osservazione e al rispetto per le altre forme di vita. E soprattutto sarà un modo piacevolissimo di trascorrere un po’ di tempo in più con loro. Un ultimo suggerimento: tenete un diario delle vostre scoperte, sarà bello creare assieme ai vostri bambini un piccolo atlante della natura in città.

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