Un bambino piange perché non vuole tornare a casa dal mare. Ben presto il suo pianto si trasforma in urla. Suo padre non risponde, mette via le ultime cose, poi cerca di portarlo via senza dire niente. Le urla del bambino si trasformano in gesti e parole aggressive – pantofole e oggetti scagliati contro suo padre, frasi offensive. Lui continua a restare in silenzio. Non una parola dolce né una di rimprovero, non un urlo o un gesto stizzito o aggressivo e neppure un abbraccio. Lo prende, si, ma per portarlo via di peso mentre il bambino cerca di liberarsi. Intanto è sopraggiunta la madre e l’atteggiamento è lo stesso. Non una parola né un gesto del corpo. Lui urla più che può contro quella che ai suoi occhi è pura indifferenza. Poi vanno via, le urla si allontanano fino a spegnersi.
Una coppia sta camminando con la figlia di circa 6 anni, la quale sta cercando di imparare ad andare in bicicletta. Cade, piange. La madre prende a colpevolizzarla perché non è brava abbastanza, perché i suoi cugini più piccoli hanno già imparato, perché lei è arrendevole e se non riesce ad imparare è perché non si impegna a fondo.
Una donna mi racconta dispiaciuta che la figlia di 8 anni ha deciso di non frequentare più le lezioni di danza. La delusione è evidente nelle parole che sceglie di usare: “abbiamo perso solo tempo”, “tutto questo impegno buttato a mare”, “soldi e tempo sprecati”.
Una coppia sta spingendo lungo il viale una carrozzina dentro la quale c’è un bimbo di appena qualche mese. La madre tiene appeso al collo un cellulare. Lo schermo è rivolto al bambino e manda senza sosta video dai colori sgargianti e canzoncine ottenute con sintonizzatori vocali.
Una madre e sua figlia di circa 4 anni sono in una sala giochi. Non sono lì per giocare insieme: la madre trascorre un lungo tempo alle slot machine. Allunga qualche euro alla figlia in modo che possa andare a giocare altrove. La bambina va in giro, esplora, prova qualche videogioco, poi ritorna da sua madre e la guarda. La madre prende qualche altro euro e glielo porge.
Una donna ha il padre nella fase terminale della sua malattia, sta per morire. Lei e i suoi figli vivono al piano di sotto. Preoccupata da possibili traumi, ha organizzato per i suoi figli, il più piccolo dei quali ha circa 8 anni, degli incontri con uno psicologo.
Un quotidiano affronta il tema delle strutture “adults only”: alberghi, ristoranti o altre attività che non accettano bambini. Un fenomeno in crescita in tutta Europa, Italia compresa.
Apple, la nota multinazionale che produce sistemi operativi, telefoni cellulari e tecnologie digitali, pubblica a Milano una maxi affissione con l’immagine di un neonato che tiene in mano un IPhone. Le parole a corredo sono: “Tutto ok, è IPhone.“
In provincia di Udine tre ragazzini di 13 e 14 anni allestiscono un banchetto per vendere limonata, acqua e qualche pasticcino ai passanti per guadagnare i soldi necessari all’acquisto di un motorino. Un vicino di casa segnala la cosa alla polizia municipale, la quale interviene ammonendo i ragazzi e facendo chiudere la bancarella.
Non si tratta di storie inventate ma di estratti di vite vere con le quali mi è capitato di venire a contatto ultimamente, frammenti che raccolgo nella quotidianità osservando e ascoltando le persone attorno a me, riflettendo su un’umanità sempre più in crisi. Indifferenza, confusione, senso di smarrimento, distrazione, incompetenza, rifiuto, sfiducia nelle proprie capacità di genitore, incapacità di gestire le proprie emozioni, paura di sbagliare, rigidità. Possono esserci molti ingredienti nelle storie di questi adulti sempre più smarriti e sempre meno capaci di trattare l’infanzia o, sempre più spesso, anche solo di donare ai bambini il tempo per pensarli e comprenderli, accettandoli per quello che sono: individui impegnati a costruirsi attraverso l’esperienza delle cose, delle relazioni, del mondo, con una vitalità dirompente e un modo unico e speciale di farlo attraverso i sensi e il movimento, lasciandosi assorbire dalle emozioni e travolgendo ogni cosa con la loro energia, il loro entusiasmo e tutta la sconfinata forza d’animo e le infinite risorse che sanno mettere in campo anche quando le cose non funzionano, quando gli adulti non sanno fare gli adulti, quando qualcosa viene a mancare o si rompe. E forse è proprio questo che ci mette più a disagio, la consapevolezza che quelle risorse sembrano essere una merce così rara nel mondo dei grandi di oggi. Sono fatti ordinari e comuni che raccontano adulti sempre meno capaci di ricordare cosa vuol dire essere bambini, sempre meno disposti a lasciare spazio all’infanzia, il segno tangibile di una società che ha consumato se stessa e che viaggia verso una vecchiaia senza bellezza.
Non era così difficile aspettarselo. Dopo aver escluso la natura, le altre specie, la bellezza del mondo dalle proprie vite ed essersi considerati come altro da loro, una specie superiore al di fuori dei meccanismi e degli equilibri naturali, la nostra società sta cominciando a illudersi di poter vivere anche senza l’infanzia, la quale viene percepita sempre di più come qualcosa di disturbante, qualcosa da limitare, liquidare nel minor tempo possibile, neutralizzare col ricorso all’anestesia digitale. Ma natura e infanzia sono ciò che origina il mondo e lo tiene in vita, un corpo materno che partorisce e alleva, il prima senza il quale non può esserci il dopo. Spingono per emergere ed emergeranno, anche a costo di travolgere ogni cosa. Possiamo illuderci che non sia così ma ciò non toglie che pagheremo le conseguenze di tanta miopia.
In questo mondo di adulti iper-specializzati, iper-produttivi, iper-realizzati, iper-giovani e iper-belli e dalle vite sempre più svuotate di ciò che potrebbe avere un senso più profondo, è necessario fermarci e interrogarci su ciò che i bambini ci e si chiedono: chi siamo, chi vogliamo essere, cosa vuol dire essere bambini e cosa vuol dire crescere e diventare grandi, cosa significa essere genitori e adulti e comunità educante, oggi, cosa vuol dire esserlo oltre il livello biologico e oltre ogni confine geografico e culturale.
Da educatrice mi sono posta a lungo questa domanda e molte risposte sono emerse nel tempo frequentando, osservando e ascoltando i bambini, ma la maternità ha aperto nuovi e ancor più profondi interrogativi: cos’è che mi rende capace di essere madre? Cos’è che posso dare al mio bambino al di là delle cure più basilari, dei diritti fondamentali? Cosa vuol dire amarlo?
Ogni adulto e ogni genitore può affermare di amare i propri bambini e nessuno può dubitarne, eppure anche nel nostro evoluto mondo occidentale l’infanzia è sempre più offesa e i ragazzi sempre più afflitti da disturbi depressivi, sempre più bisognosi di aiuto e sempre più precocemente. Evidentemente amare non basta. Serve saper amare, diventare competenti di quell’amore e saperlo utilizzare bene, saperlo coltivare, saperne fare uno strumento che non rende schiavi e non rende Dei, né da una parte né dall’altra, ma che accetta, affianca, accompagna, sorregge e, soprattutto, osserva, informa e orienta il nostro pensare e il nostro agire. Osserva i bambini e osserva noi stessi, informa su bisogni, necessità, attitudini e debolezze di piccoli e grandi, orienta il nostro agire educativo nei confronti delle bambine e dei bambini ma, di più, il nostro crescere e diventare adulti.
Dunque cos’è che ci rende una buona madre, un buon padre, un buon adulto? Quand’è che possiamo dire che abbiamo imparato ad amare o che ci siamo almeno incamminati per quella strada?
Nel mio piccolo, consapevole della mia storia personale, diversa e unica come lo è per ciascuno di noi, ho provato a rispondermi, ben sapendo che l’elenco di risposte che sono riuscita a trovare è ben lungi dall’essere completo e definitivo ed è privo di qualunque presunzione di insegnare ma piuttosto spinto dalla voglia di condividere una riflessione quanto mai urgente sull’infanzia, sugli adulti, sullo sguardo che gli uni hanno sugli altri, reciprocamente, e sulla necessità di migliorarlo o cambiarlo del tutto.
I bambini non ci appartengono, appartengono solo a sé stessi stessi, ma sono la nostra idea di futuro, di società, di umanità, e sono il lavoro più concreto che facciamo nel mondo, per il mondo. Questa consapevolezza, più di ogni altra, informa e orienta il mio modo di essere madre e pertanto ogni singola risposta che sono riuscita a dare alle mie domande.
Essere madre dovrebbe significare in primo luogo tornare alla propria infanzia, guardarla dall’esterno e chiedersi cosa vogliamo tenere nel fardello che ci portiamo dietro da quel tempo e da quei vissuti, cosa vogliamo tenere e cosa vogliamo lasciare dell’educazione e delle esperienze forniteci dalla nostra famiglia di origine, e tagliare e cucire e mettere assieme i pezzi per costruire giorno dopo giorno il mosaico mai finito, mai finibile, della madre che vogliamo essere.
Essere madre – e prima ancora essere educatrice – ha significato per me prendere consapevolezza che al fondo di ciò che siamo, delle decisioni che prendiamo, dell’immagine di noi cui aspiriamo, ci sono i valori che costruiamo e che molti di questi prendono forma in seno alla propria famiglia di origine anche quando non ve ne è consapevolezza. Perciò mi sono chiesta – e continuo a chiedermi in un mondo che non smetterà di cambiare – quali valori voglio che orientino le scelte di mio figlio mentre faccio le mie in funzione di essi.
Essere madre ha voluto dire imparare a chiedermi ogni volta quali conseguenze possono avere le mie scelte, le mie parole, i miei atteggiamenti, le mie azioni, il mio modo di stare con mio figlio quando siamo assieme e cercare di orientarmi in base a questo. Sembra faticoso, e lo è, ma essere madre vuol dire anche accettare questa fatica.
Essere madre vuol dire sapere che si commettono degli errori e cercare ogni volta di riconoscerli e impegnarsi per evitare di commetterli ancora.
Essere madre vuol dire guardare il proprio figlio, la propria figlia, come una persona con la propria dignità, i propri desideri, le proprie inclinazioni e le proprie capacità, avere per lui o per lei lo stesso atteggiamento rispettoso che si avrebbe nei confronti di qualunque adulto ed evitare di demenzializzare le bambine e i bambini con i nostri “bau bau” o “brum brum” per essere comprese o per insegnar loro qualcosa, o mortificarli con atteggiamenti che non ci permetteremmo mai di usare con un adulto (gli schiaffi, le minacce, i ricatti…).
Per essere madre, di certo, bisogna essere capaci di dire di no quando è necessario, anche quando ogni altro adulto attorno a noi ha già detto “si”.
Essere madre vuol dire sapere che c’è un tempo per tutto e che anticipare fa cadere frutti troppo acerbi.
Essere madre vuol dire che non si può essere amiche dei propri figli, delle proprie figlie, e che bisogna essere pronte ad accettare e portare su di sé il loro odio quando arriverà il tempo delle decisioni e dei no più difficili.
Essere madre vuol dire anche imporsi, ma senza rabbia o violenza, al contrario con una grande calma e una grande capacità di ascoltare, con un grande equilibrio.
Essere madre implica sapere che quell’odio talvolta è necessario e tuttavia è anche passeggero, che un giorno loro cresceranno e accenderanno una luce nuova su ogni cosa.
Tra le altre cose essere madre, per me, vuol dire insegnare a mio figlio a guardare le cose più piccole e più nascoste – il porcellino di terra tra l’erba del prato, la piccola falena perfettamente mimetizzata sulla corteccia, il ciombolino e la borracina che fanno capolino da una crepa nel muro, le storie nascoste dentro i corpi che erano in fuga e che oggi nutrono i nostri pesci e inchiodano al muro la nostra umanità contratta e dispersa – affinché un giorno sappia che c’è tutto un mondo che vive al di là dei nostri occhi e non dobbiamo essere ansiosi di giudicare.
Per essere madre bisogna essere capaci di ricevere, accogliere e portare sulle proprie spalle e sul proprio cuore tutti i pianti, tutte le frustrazioni, tutte le urla, tutti i momenti di rabbia o di tristezza delle nostre bambine, dei nostri bambini, offrendo sempre e solo noi stesse come argine, senza annegare la frustrazione in uno schermo, senza sedarla con un “ti compro una bella cosa se fai il bravo”. Come se i bambini, quando piangono in preda ad un’emozione troppo grande, fossero cattivi.
Essere madre vuol dire lavorare affinché arrivi il giorno in cui nostro figlio, nostra figlia, non avrà più bisogno di noi. Allora ci sentiremo perse e dovremo ricostruirci ma questo non ci rattrista né ci logora.
Essere madri significa cercare di aiutare nostro figlio a trovare la sua strada senza sacrificare se stesso, insegnandogli che è necessario fare compromessi ma che non tutti i compromessi possono essere accettati, non quelli che ti chiedono di rinunciare ai tuoi valori e scucire te stesso. Allo stesso modo possiamo sacrificare molto di noi e dei nostri desideri per lui ma stando ben attente a rimanere intere, fedeli a noi stessa e alla nostra natura.
Essere madre, per me, ha significato anche accettare il fatto che invecchierò e che non farò nulla per nasconderlo e che mostrerò a mio figlio che invecchiare – e perfino morire – è naturale ed è giusto e non c’è nulla di terribile in questo. Terribile sarebbe nascondermi, camuffarmi, manomettere il volto e il cuore fino a diventare irriconoscibile, fino a non poter più aspirare a risplendere di quella dignità profonda e luminosa che solo i vecchi sanno avere.
Per essere madre è necessario che rintracciamo in noi la capacità di esserlo, che l’accogliamo, che le diamo – che ci diamo – fiducia e che respingiamo al mittente ogni consiglio non richiesto, ogni presunta verità calata dall’alto di chi vorrebbe essere più titolato, più riconosciuto, più preparato di noi e ridurci schiave della sua consulenza. Perché ogni bambino, ogni genitore e ogni famiglia è un mondo a parte e ognuno può imparare a vivere nel suo mondo meglio di chi lo guarda da lontano con lenti alle quali ben di rado vengono applicati i filtri adatti.
Nascere come madre comporta mille dubbi e mille incertezze e, in mezzo a mille oche che blaterano cosa fare e cosa non fare e che sembrano così sicure di saperlo così bene, è fin troppo facile sentire di non essere pronte, di non essere adeguate. Ma da che mondo è mondo l’orsa partorisce nella sua tana e alleva i suoi cuccioli senza che gli altri orsi vengano a dirle come si fa. Molte donne non si sentono a loro agio nel pensarsi come madri e scelgono una vita senza figli e va bene così, ma quelle che sperimentano la maternità per scelta o per costrizione possono avere una certezza: la natura e l’evoluzione hanno fornito loro tutto ciò che serve: l’istinto per cominciare e gli strumenti per imparare. Diventi madre – per scelta o no – e qualcosa da qualche parte dentro di te si mette a sussurrare. Se sei abbastanza sintonizzata con te stessa da prestarle ascolto e le permetti di affiorare, diventa la tua guida. Quante madri l’hanno persa dando ascolto a troppe voci e ora sono smarrite su un sentiero che non è il loro e proseguono senza meta attirate da mille luci che vogliono farsi oracolo e dispensano in egual misura consigli e giudizi. Quella voce è la parte di te programmata per essere madre, è nascosta nelle tue cellule finché non viene richiamata da quella persona che, a un certo punto, riconosci come figlia o figlio.
Essere madre richiede di affrontare il demone più oscuro, quello che nessuno nomina perché l’opprimente velo del patriarcato si esprime ancora oggi in un’infinità di stereotipi sulla maternità, il più terribile dei quali va sotto l’etichetta di “amore materno”, una sorta di incantesimo (e in quanto tale una leggenda) che vorrebbe che fossimo madri innamorate e adoranti dal momento stesso del parto, forse addirittura prima. Ma non è così che funziona, non per la maggior parte di coloro che invece si ritrovano senz’arma e senza corazza di fronte al demone della paura e del disagio e della percezione dell’estraneo incarnato nel proprio bambino appena nato. Qualcosa che può spezzarti o angosciarti per sempre e per sempre alimentare senso di colpa o di inadeguatezza e di cui nessuno, nemmeno tua madre, ti aveva parlato. Uccidere il demone, prendere consapevolezza di quel terrore e dell’esigenza di sconfiggerlo vuol dire – allora si – nascere come madre e raccogliere il frutto più prezioso: diventare grandi e cominciare a fare scelte, le proprie, con il coraggio di non delegare a nessuno e di assumersi ogni responsabilità, sapendo che commetteremo errori e cercheremo di porvi rimedio o li pagheremo e lo accetteremo come parte del nostro percorso di maternità. Perché essere adulti non è mai una questione anagrafica e ci sono molte madri e fin troppi padri che continuano ad essere adolescenti quando neppure i loro figli lo sono più.
Qualcuno obietterà che mio figlio è solo un bambino e che se sarò stata una buona madre si vedrà tra qualche anno, quando sarà adulto; ma i figli, ciò che sceglieranno di essere, ciò che in effetti saranno, non sono certamente il risultato esclusivo dell’opera dei genitori. Sarebbe come dire che non hanno voce in capitolo, che non possono determinare se stessi attraverso le proprie decisioni e che la società, la cultura di riferimento, le esperienze che hanno condotto, le persone che hanno frequentato non abbiano un peso altrettanto grande. Sarebbe come dire che “i bambini sono dei genitori” piuttosto che di sé stessi. Un’aberrazione – una negazione dell’altrui soggettività – molto diffusa e pervasiva in questa parte di mondo, ancora una volta il sedimento di una cultura patriarcale che vorrebbe l’uomo proprietario della vita di sua moglie, dei suoi figli e di chissà chi altro.
No. Il punto non è che genere di adulti saranno domani ma che genere di bambini sono oggi. Il punto è capire che la vita adulta non è il risultato ultimo e finale, né la conclusione della storia. Al pari dell’immagine di una farfalla, adulto è solo una fase della vita e noi dovremmo imparare a riconsiderare bambini e bruchi. È l’infanzia la sede del nostro io, il luogo a cui torniamo per ritrovare noi stessi e i nostri valori, la fase della vita che dà senso e significato alle dimensioni successive, che orienta e indirizza, che consola o ferisce, che illumina o getta oscurità. È l’infanzia il tempo mai perso in cui abbiamo gettato fondamenta, costruito ponti e strade, innalzato torri, aperto e chiuso porte, ed è al bambino che dobbiamo guardare per sapere se tutto sta andando per un verso che possiamo dire giusto. Ogni cosa affonda le sue radici nell’infanzia.
Così come la farfalla non potrà involarsi se il bruco non avrà mangiato a sufficienza, così donne e uomini non potranno realizzare se stessi, il proprio tempio, se saranno stati privati dell’infanzia.
Saper essere madre, dunque, vuol dire dare il proprio tempo al tempo dell’infanzia e fare dell’osservazione quotidiana, attenta e competente dei propri bambini, delle proprie bambine, lo strumento più prezioso, diventare capace di vederli, di guardarli giorno dopo giorno e cogliere ciò che i loro movimenti, le loro parole, i loro pianti, i loro atteggiamenti, le loro emozioni e le loro scelte comunicano sui loro cambiamenti e, con essi, sui loro bisogni, sulle loro attitudini, su chi sono e quale direzione è più adatta a ciascuno di loro e rispondervi, figlio per figlio, momento per momento, giorno per giorno.
Così come ci preoccupiamo di nutrirli, di assicurare loro le cure e le condizioni igieniche adeguate, di farli addormentare, di accompagnarli a scuola e di aiutarli a fare i compiti, allo stesso modo e con la stessa dedizione dovremmo occuparci di “leggerli” e di far discendere decisioni, atteggiamenti, parole ed esperienze da quella lettura. Qualcosa che fino a un certo punto molti genitori hanno fatto pur se in maniera inconsapevole, qualcosa che l’ingresso nelle nostre case dei dispositivi digitali e lo svuotamento di significato per lasciar spazio al Dio della produttività, della competizione, del consumo, della bellezza del corpo, della giovinezza senza tempo e ad ogni costo, ha brutalmente cancellato sottraendo tempo e pensiero a noi, a loro, alla relazione, al significato più profondo dell’essere e del divenire assieme.
Fare dell’infanzia l’obiettivo dell’infanzia, lasciare ai bambini il tempo e la possibilità di essere bambini, tenerli al riparo da ciò che li fa crescere troppo in fretta o che, al contrario, li costringe a restare piccoli perché sottrae loro la possibilità di fare esperienza ed evolvere, capire che possiamo essere una guida restando un passo indietro, discreti, pronti a sorreggere, in equilibrio tra mostrare loro il pericolo e permettere che si prendano un rischio mentre indagano sé stessi e superano i propri limiti – non è questo un bambino? Non è qualcuno capace di spingersi sempre oltre? – accorgersi che i pericoli più grandi sono spesso nascosti nelle nostre paure, lasciare alla paura il compito di avvertirci ma mai quello di governarci, accettare che mentre i nostri figli crescono noi invecchiamo, riscoprire la bellezza e la profondità di avere “la responsabilità di”, capire che i bambini non hanno bisogno di genitori infallibili ma, al contrario, di adulti veri e reali che sbagliano e che cadono e che sanno usare la propria fallibilità per mostrare ai più piccoli cosa fare quando ci si rende conto di aver sbagliato, come ci si rialza quando si cade, come ci si cura quando qualcosa ci ferisce.
Sento spesso dire agli esperti che “il genitore perfetto non esiste”. È così, ma vorrei che quegli esperti dicessero che “il genitore perfetto non deve esistere, non è richiesto, non serve a niente”.
Quello che i nostri figli terranno di noi non è quanto siamo stati bravi e capaci ma quanto ci siamo impegnati per cercare di diventarlo. Quanto siamo stati capaci di esserci per loro.
L’impegno, del resto, è ciò che definisce l’amore, ciò ci mette nelle condizioni di saper amare. L’impegno che ci mettiamo ogni giorno, non il corpo che li ha generati.






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