L’illusione del più importante

Ogni volta che pensiamo a un processo o a un oggetto o a una qualunque cosa che sia costituita da più parti (e quale non lo è?), noi uomini di occidentale cultura vogliamo per forza trovarvi una parte più importante delle altre. Questo lavoro è più importante di quello, questo pezzo ha più importanza di quell’altro, il momento più importante della nostra vita, la persona più importante al mondo…
Ma questa ricerca del più importante è sempre, invariabilmente sviante e pretestuosa e non ci consente di vedere la realtà per quello che è: un lavorio incessante di tante minuscole parti ugualmente necessarie che, reagendo tra loro, danno luogo a qualcosa di altro.

In un pezzo di pane cos’è più importante, la farina perché ce n’è di più in termini di peso? L’acqua perché altrimenti nulla si amalgamerebbe? Il lievito che ha permesso di rendere il tutto soffice e leggero?
Come è ovvio nessuno di loro avrebbe potuto fare quel pezzo di pane senza l’altro e nel processo ciascuno si è trasformato. Da questo semplice pezzo di pane noi possiamo trarre tre lezioni di vitale importanza: 

  1. ogni cosa, anche la più piccola, è necessaria per il farsi della vita, della crescita, della realtà e della sua corretta interpretazione;
  2. solo se siamo disposti a cambiare e a trasformarci possiamo liberare il nostro pieno potenziale umano;
  3. la somma delle parti non fa mai il totale così come la semplice somma degli ingredienti non puó fare quel pezzo di pane.

Già, il totale. Noi calcoliamo il totale basandoci solo su ciò che è più immediatamente visibile, solo sui dati immediati (il pezzo di pane, i sui ingredienti, i soldi che abbiamo speso per acquistarlo) ma quel totale non ci parla mai del tutto.

Per questo non ho mai amato la logica matematica. I numeri sono fuorvianti, cercano di semplificare una realtà che è complessa e per questo non possono rappresentarla. Nessuna realtà, come il pezzo di pane, è scomponibile in un semplice insieme di parti così come nessuna di quelle parti, da sola, fa il totale. Quel pane non è fatto soltanto di X kg di farina, X ml di acqua e X g di lievito così come il suo reale costo non è solo la somma del costo degli ingredienti più quello della manodopera. Esso è fatto della terra e dell’acqua servite per coltivare il grano, dell’energia elettrica e della pietra che hanno animato il mulino, del petrolio che ha mosso i mezzi che li hanno trasportati, del calore del forno che l’ha cotto, della volontà di produrlo, del lavoro di un’infinità di braccia, della cultura accumulata in migliaia di anni di evoluzione umana e della disponibilità di ciascuna di quelle parti ad abbandonare il proprio status per trasformarsi in qualcosa di nuovo.

Di tutto questo è fatto il pane, come ogni altra cosa al mondo esso è una storia complessa di contatti, di legami, di intrecci, di reazioni, trasformazioni e conseguenze ma ridurlo a una semplice somma di acqua, farina e lievito è più semplice ed è più funzionale: ci consente di non badare a sprechi e di non starci troppo a preoccupare delle premesse, delle conseguenze, della fatica che ci è voluta, di quanto ci è costato realmente. Ci permette di omettere le sua storia ed essere consumisti e ci permette di non pagare i costi reali, almeno non con il nostro portafogli. Dunque è funzionale al modello economico dominante e all’economia del pensiero: pensare meno è meno faticoso, meglio che qualcun altro lo faccia per noi. A quale prezzo, peró, non lo sappiamo, anche questo rientra nell’economia del pensiero.

E come il pezzo di pane così noi consideriamo il mondo: una semplice somma di parti perfettamente scomponibili. È evidente ad esempio nel sistema scolastico, dove le materie vengono inculcate a suon di ripetizioni, a compartimenti stagni che non dialogano tra loro e che mal si collegano con la vita quotidiana, finendo per divenire solo un esercizio mnemonico. Ma chi viene indotto ad assumere un approccio mnemonico alla conoscenza e ai fatti del mondo non impara a porsi le giuste domande e tende a credere che per ogni domanda esista una sola risposta giusta o un solo modello operativo, al contrario di chi apprende e comprende attraverso l’esperienza pratica che, invece, acquisisce una mentalità più complessa e impara che possono esistere molteplici prospettive, soluzioni e modelli operativi a seconda delle circostanze, degli attori e dei contesti in cui si sta operando.

Le conseguenze del pensiero economico e del nostro approccio alla conoscenza sono purtroppo evidenti nello stato di conservazione tanto degli ecosistemi quanto delle nostre società. Un pessimo stato, per la verità. L’illusione matematica della semplificazione, della frazionabilità, della certezza del risultato, ci consegna oggi un mondo in crisi di cui non riusciamo a vedere il senso, il totale né tanto meno i fatti implicati nella crisi stessa perché ci accontentiamo delle informazioni prefabbricate che ci consentono di economizzare la fatica del pensare, del cercare, dell’analizzare, del criticare. Ma apprendere e comprendere è precisamente questo: essere capaci di costruire attivamente il mondo e la nostra comprensione di esso.

Ci perdiamo così la capacità (e la volontà) di cercare l’invisibile, di pensare alla totalità, alle reazioni e alle relazioni tra le parti. Soprattutto, perdiamo la capacità di pensare a noi stessi come ad una di queste parti e di rinunciare ad una presunta, inesistente superiorità in termini di importanza. Ma se pensiamo di essere il pezzo da 90 o quanto meno di andar bene così, allora non saremo mai disposti a contaminarci, a reagire con la realtà innescando un processo trasformativo che ci porterebbe a divenire altro e non saremo disposti a cambiare. Cambieremo comunque, ma senza governare il processo. Così ci comportiamo rigidamente in un mondo che invece è fluido e viviamo nell’illusione di non essere investiti dalle vibrazioni, ma la nostra stessa rigidità, come lo scoglio che fa infrangere l’onda, genera onde ancor più travolgenti che ci tornano indietro sotto forma di reazioni negative come il global warming, la perdita di biodiversità ecc.

Dovremmo invece imparare dall’educazione ambientale ad essere morbidi, adattabili, resilienti e partecipativi, dovremmo promuovere un apprendimento basato sull’esperienza personale e sulla risoluzione di problemi reali, un apprendimento basato su progetti. Le sfide del mondo reale infatti sono complesse così come il mondo stesso e difficilmente possono essere risolte utilizzando il nozionismo isolato dal resto e adottando un approccio meccanico, privo di protagonismo e inventiva personale. L’educazione ambientale ci mostra che l’obiettivo non è trasmettere conoscenze procedurali ma promuovere un modello di pensiero complesso, attivo, resiliente e ci insegna a individuare l’invisibile. Quando valutiamo qualcosa infatti lo facciamo in base ai dati in nostro possesso ma molti dati sono spesso non evidenti e non immediatamente accessibili quando non volontariamente oscurati, eppure ci sono e agiscono sulla realtà. Essere disposti a cercare e ottenere queste informazioni al prezzo di un lavoro maggiore ci aiuta dunque a interpretare meglio l’ambiente in cui operiamo creando connessioni e prendendo decisioni più adeguate.

Dovremmo imparare dall’ecologia a comprendere come dialogano questi dati tra loro, quali connessioni creano, quali perturbazioni generano e in quali cicli vanno ad agire, cominciando a pensare in maniera complessa, per reti e sistemi di reti e arrivando a capire che non siamo altro che un nodo importante come ogni altro nodo della rete, perchè se uno solo si scioglie l’intera rete viene danneggiata.

Dovremmo imparare dagli scrittori a raccontare nuove storie e a scoprire le storie che si celano dietro ogni cosa, ogni fatto, ogni processo, perché se priviamo un pezzo di pane della sua storia non sapremo mai come è arrivato ad essere ció che è e non gli daremo mai l’importanza che merita. Soprattutto dovremmo imparare a raccontare e raccontarci nuove storie, storie con trame più difficili ma più realistiche e più soddisfacenti, storie in cui ognuno di noi ha un effetto farfalla e, proprio per questo, ognuno di noi è protagonista.

Infine dovremmo imparare dai filosofi ad analizzare, definire e riformulare il nostro modo di pensare, a reinterpretare il mondo (quello fuori e quello dentro di noi) e a ridefinire il nostro agire umano come una delle tante componenti che agiscono e reagiscono in esso, trasformandolo e rendendolo quotidianamente ció che è, venendone a loro volta trasformate. Perché il mondo, come il pane, non è semplicemente la terra, più l’acqua, più l’aria, più gli esseri viventi, ma il risultato delle interazioni tra di essi, il quale non è un risultato quantificabile ma è certamente un risultato interpretabile. Per poterlo interpretare correttamente peró, abbiamo bisogno di ristrutturare il nostro modo di conoscere superando il pensiero cartesiano della semplificazione e della separazione e assumendo la complessità come nuovo paradigma del pensiero.

Un pensiero ecologico, appunto, un pensiero innovativo.  

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: