La plastica dal mare alla tavola

spugnettaNegli oceani sono presenti talmente tanti rifiuti di plastica che il 90% degli uccelli marini di tutto il mondo attualmente ingerisce plastica con il cibo e questa percentuale è destinata a raggiungere il 100% entro il 20150. Il numero di specie e di individui all’interno dei quali si può trovare plastica infatti cresce rapidamente, raddoppiando la percentuale ogni anno. Gli scienziati hanno tracciato questa percentuale per ogni decade a partire dal 1960. Nella prima decade essa ammontava a meno del 5%, ma nel 1980 era balzata al 80%. La cosa più preoccupante è che l’aumento di ingestione di plastiche da parte degli uccelli marini è direttamente proporzionale all’aumento mondiale della produzione di questo materiale. Tale produzione raddoppia ogni 11 anni, per cui nel prossimo decennio produrremo una quantità di plastica pari a quella prodotta da quando è stata inventata e l’aumento di ingestione da parte degli uccelli marini andrà di pari passo con questo dato. La maggiore concentrazione di plastica viene rinvenuta nelle popolazioni di uccelli del sud Australia, del sud Africa e del sud America e comprende borse, tappi di bottiglia, fibre sintetiche di abbigliamento e pezzi grandi quanto un chicco di riso che sono ridotti così dall’azione del sole e delle onde. Gli effetti sulla salute di queste popolazioni non sono stati ancora pienamente compresi ma i dati raccolti fino ad ora sono sconcertanti. La plastica tagliente uccide gli uccelli perforandone gli organi interni, mentre alcuni uccelli marini ne ingeriscono una quantità talmente elevata che nel loro stomaco rimane troppo poco spazio per il cibo e questo incide negativamente sul loro peso, mettendo a repentaglio la loro salute, e il fenomeno continua ad aumentare. Recenti studi hanno riscontrato un calo del 67 per cento nelle popolazioni di questi animali tra il 1950 e il 2010. Sostanzialmente essi stanno andando verso l’estinzione, e la plastica è uno degli elementi che ce li sta portando.

Sebbene più difficile da misurare è lecito supporre che lo stesso trend sia seguito dai pesci, molti dei quali di interesse alimentare. La plastica penetra così anche entra nella nostra catena alimentare, col risultato che, inconsapevolmente, ne diventiamo anche noi voraci consumatori.

rifiuti-spiagge-01Si calcola che siano 8 i milioni di tonnellate di plastica (pari a circa cinque sacchetti per la spesa pieni per ogni piede di costa nel mondo) che, ogni anno, trovano la strada per raggiungere il mare. La dimensione della popolazione e la qualità dei sistemi di gestione dei rifiuti determinano in gran parte come i Paesi contribuiscono alla grande massa di rifiuti non raccolti che diventano rifiuti marini di plastica. Sostanzialmente essi prendono il mare in tre modi principali:

  • attraverso le acque reflue provenienti dagli impianti di trattamento dei rifiuti
  • attraverso scarichi illeciti e/o accidentali
  • attraverso l’abbandono dei rifiuti nell’ambiente

La domanda fondamentale a cui, quindi, ognuno di noi è chiamato a rispondere è “posso fare qualcosa in prima persona per diminuire la quantità di plastica che viene immessa negli ecosistemi?”

Certamente si. Se è vero che maggiore è il consumo di plastica, maggiore è la produzione di rifiuti di tale materiale, allora ognuno di noi è direttamente responsabile di questo fenomeno. Una delle prime soluzioni è quindi quella di ridurre quanto più possibile il consumo di plastica attraverso la scelta di materiali più sostenibili, meno imballati e più naturali. Se soltanto ogni famiglia rinunciasse all’uso e getta, smettesse di acquistare acqua nelle bottiglie di plastica a favore di quella in vetro e prediligesse alimenti imballati con cartonato, materB o altri materiali più naturali, il risparmio di materiale sarebbe incalcolabile e ciò genererebbe una pressione positiva sul mercato, portando le aziende a utilizzare maggiormente gli imballaggi alternativi. Ciò inoltre determinerebbe una sostanziale diminuzione della produzione di rifiuti e, di conseguenza, una minore quantità di plastica da smaltire, plastica potenzialmente suscettibile di finire in mare. A questo proposito va infatti sottolineato che solo una piccolissima parte della plastica che consumiamo può essere riciclata e anche questa piccola porzione può essere riciclata poche volte, prima di essere definitivamente smaltita. Ciò vuol dire che, anche laddove il ciclo dei rifiuti è più virtuoso, la plastica rimane di per se un materiale problematico, costoso e smaltibile solo a un prezzo altissimo, sia dal punto di vista economico che ambientale, entrambi costi pagati direttamente dall’uomo, spesso con la propria vita (si pensi ad esempio agli effetti della diossina sull’organismo). La plastica infatti, essendo un derivato del petrolio, è fortemente inquinante sia in fase di produzione che, come già detto, di smaltimento. Se pensiamo che ci sono valide alternative all’utilizzo di questo materiale (del resto ne abbiamo fatto a meno da quando siamo comparsi sulla terra fino a neanche un secolo fa), allora diventa davvero inspiegabile la scelta di pagare un prezzo così alto solo per avere la comodità di continuare a utilizzarlo. La seconda soluzione è, ovviamente, quella di non abbandonare nessun tipo di rifiuto nell’ambiente e soprattutto in prossimità di spiagge e corsi d’acqua, luoghi troppo spesso utilizzati come discariche a cielo aperto. L’incuria dell’uomo è inaccettabile e i danni che ne derivano si ritorcono inevitabilmente sull’uomo stesso. Come possiamo continuare a chiudere gli occhi su questo boomerang che abbiamo lanciato e che ci sta colpendo in maniera sempre più pesante? Ognuno di noi può fare molto, basta solo cominciare a sentirsi protagonisti, assumendosi la responsabilità delle scelte che, quotidianamente, si fanno nella propria vita.

“Non è possibile ripulire gli oceani da tutta questa plastica – afferma Roland Geyer dell’università della California, uno dei principali studiosi in materia – Come potremmo raccogliere la plastica dal fondo dell’oceano, dato che la profondità media è di 14.000 piedi? L’unica soluzione è chiudere il rubinetto. Dobbiamo evitare che la plastica entri negli oceani”.

Per approfondire:

Science-2015-Jambeck-768-71__2_

PNAS-2015-Wilcox-1502108112

PNAS-2014-Cózar-10239-44 (1)

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