La vera Maestra? L’esperienza.

Oggi si parla di povertà, una parola che ci porta immediatamente a immaginare la privazione di risorse economiche. In effetti, se andiamo al significato del termine, leggiamo che la povertà è “la condizione di chi non ha risorse sufficienti per soddisfare i bisogni primari e garantire uno standard di vita essenziale“. Se applichiamo questa definizione ai bambini, però, essa chiama immediatamente una domanda: quali sono i loro “bisogni primari”? Ecco che, allora, il significato di povertà si allarga e ci accorgiamo che può avere molti volti:
può essere una povertà sociale causata da fenomeni di emarginazione;
può essere una povertà affettiva, quella dei bambini cresciuti in famiglie che per svariati motivi mal si curano o non si curano affatto di loro;
può essere una povertà formativa dovuta alla mancanza di istruzione, anche qui per motivi che vanno dal grado di istruzione dei genitori alla funzionalità della sfera sociale in cui i bambini sono immersi.
Poi c’è una povertà che molti adulti faticano a vedere perchè colpisce spesso coloro che non hanno nessuno dei problemi precedenti. È quella dei bambini iperprotetti, ipercontrollati, iperimpegnati ed è la povertà di esperienza.

Che cos’è la povertà di esperienza?

Sintetizzata molto efficacemente nel concetto di origine anglosassono “Extinction of experience”, si tratta della scomparsa delle esperienze dirette da parte del bambino in un mondo in cui la tecnologia, le paure dei genitori, la scomparsa di ambienti di vita che permettano la libera azione e autodeterminazione, tra i quali gli ambienti naturali rappresentano quelli più efficaci ed inclusivi, sostituiscono sempre più precocemente il fare e lo sperimentare del bambino con giocattoli che non permettono usi alternativi, ambienti di gioco iperstrutturati dagli adulti in base ad obiettivi formativi precisi, animazioni direttive (come se ci fosse bisogno di “animare” i bambini) in cui piccoli automi vengono costretti a fare gli stessi gesti, gli stessi movimenti, le stesse espressioni dell’adulto che li guida, senza che ne comprendano il significato e, spesso, senza che neanche si divertano, o peggio ancora, con schermi di ogni tipo, utilizzati ormai come baby-sitter, come cuscinetto di assorbimento di qualsiasi richiesta malposta e sempre più repressa e, in ogni caso, come sostituti di persone e relazioni. Il bambino diventa così soltanto l’utilizzatore finale di una vita priva di rischi, di indipendenza e… di significato.

Quali sono le sue conseguenze della privazione dell’esperienza?

Sebbene di primo acchito possa sembrarci esagerato parlare di povertà esperenziale, le sue conseguenze sono già oggi sotto gli occhi di tutti e si ripercuotono immediatamente sulla vita della persona ma poi anche sulla società: quei bambini poveri di esperienza, che non hanno potuto stare all’aperto, giocare liberamente senza direttive esterne, agire e prendere decisioni lontano dallo sguardo e dal giudizio degli adulti, sono i ragazzi che non sono in grado di riconoscere, nominare e regolare emozioni e sentimenti, che non hanno imparato a costruire relazioni positive e funzionali, che non sanno opporsi all’egemonia dell’estetica e del materialismo perchè non hanno sviluppato uno sguardo più profondo, la capacità di riconoscere di cosa si ha realmente bisogno e quella di avere un approccio più critico alle cose, sono le ragazze e i ragazzi le cui infanzie virtuali, asettiche, prive di rischi ma piene di schermi, non hanno trovato bellezza, significati, scopi, obiettivi, qualcosa per cui valga la pena vivere e impegnarsi, che si chiudono nelle loro camere rinunciando alla loro vita nella realtà del mondo esterno, ragazze e ragazzi il cui dolore, la cui povertà, sfocia in atteggiamenti di violenza o indifferenza tanto nei confronti degli altri – lo vediamo nelle azioni di chi si fa bullo e in quelle di chi se ne sta a guardare o, peggio, a filmare – quanto di loro stessi quando tentano di riempire il vuoto con l’assunzione di sostanze o smettendo di mangiare. È questo il grido di aiuto, è questo che può succedere ai bambini privati dell’esperienza.

“Oggi il bambino è a rischio non per i pericoli che potrebbe incontrare nella sua vita ordinaria ma perché non corre alcun rischio, non impara a mettere in gioco le sue capacità psicomotorie naturali. Il bambino è in pericolo per inazione. La sua educazione diventa antipedagogica perché gli vengono sottratte o rese asettiche le esperienze nella realtà-vera dove sono il corpo, il movimento, i sensi, le relazioni concrete con le cose e con le persone a guidare la sua maturazione. Ma il senso autentico dell’educazione è quello di aprire i campi di esperienza, non di precluderli.
Ciò che il bambino vorrebbe fare è superare quelle difficoltà che noi preventivamente gli facilitiamo, è esplorare ciò che noi preventivamente gli sveliamo, è porsi domande e cercare risposte prima che siamo noi a dargliele. Teniamo i bambini al sicuro, agli arresti domiciliari o scolastici; nessun attrito, nessuna possibilità di inciampare, di capire che la realtà è affascinante da conoscere perché è anche difficile, ruvida, talvolta ostile.”*

E allora ti chiedi a che servono i corsi di educazione sentimentale nelle scuole? A che servono se gli adulti non sono in grado di riconoscere i bisogni primari dei bambini che, dopo il cibo, il sonno, l’affettività e la cura sono quelli dell’esperienza e del gioco libero? C’è bisogno di formazione, e molta, ma sono gli adulti ad averne bisogno, perchè se gli adulti non sono capaci di chiedersi che cos’è un bambino e di accoglierne emozioni, sentimenti e bisogni, allora neppure loro impareranno a farlo.

I bambini non hanno bisogno di parole, hanno bisogno di esempi.
I bambini non hanno bisogno di corsi, hanno bisogno di praticare il mondo e le relazioni.

C’è un filo diretto che corre tra quel primo ginocchio sbucciato e la capacità di rimettersi in piedi dopo una perdita, una malattia, un abbandono.
C’è un filo diretto tra quelle lacrime asciugate da un adulto che ti parlava con voce dolce e rassicurante invitandoti a tornare a giocare e la capacità di dare alle cose e agli eventi il giusto peso e la giusta importanza.
C’è un filo diretto tra quell’adulto che ti guardava da lontano permettendoti di rischiare di cadere e la capacità di regolare le emozioni e i conflitti interiori.
Ancora, c’è un filo diretto che va dalla paura di rischiare al coraggio di provare, di perseverare, di affrontare i fallimenti.

Praticamente e metaforicamente, se i bambini non potranno cadere, allora non potranno imparare a rialzarsi; se gli adulti non permetteranno ai bambini di cadere, allora non potranno imparare a fidarsi e l’immagine che continueranno ad avere dei giovani sarà quella di persone inette da accudire e servire vita natural durante. E allora i giovani diventeranno davvero così perchè è questo lo sguardo dentro cui si sono specchiati. Al contrario è urgente e necessario ridare fiducia ai nostri bambini, permettere loro di compiere azioni difficili quando si sentono pronti alla sfida, affidargli compiti di realtà e lasciare che sbaglino, che cadano, che ricevano il nostro aiuto quando sono loro a chiederlo.

Ogni volta che ci sostituiamo ai bambini impedendogli di provare, di agire, di rischiare, ogni volta che anticipiamo le loro risposte, che interrompiamo i loro tentativi, che interveniamo senza che siano stati loro a chiederlo, non li stiamo aiutando a crescere, li stiamo bloccando. Senza agire i bambini non possono acquisire potere, controllo, autostima, l’azione rappresenta il loro “io ci riesco”. Così come rappresenta la prova concreta che abbiamo fiducia in loro e che questa fiducia è talmente grande da permetterci di mettere da parte le nostre paure. Allora, di fronte a una tale prova di fiducia, il bambino impara a fidarsi di se stesso e a sentirsi sufficientemente sicuro per compiere i primi passi da solo nel mondo, di allontanarsi ogni volta un po’ in più da chi lo protegge, di diventare grande.

Ansie e paure fanno giustamente parte dell’essere genitori ma non devono ingiustamente pesare sull’essere bambini.

*”Outdoor education: l’educazione sicura all’aperto”

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