
“Ma dove sono i genitori di quel bambino? Sono dei criminali, è pericoloso!”
disse il padre della famiglia al cellulare guardando Mattia saltare con destrezza da uno scoglio all’altro.
È accaduto mentre passeggiavamo sul bel lungomare di Gaeta, quell’uomo non poteva sapere che noi “criminali” stavamo passando proprio accanto a lui mentre proferiva quelle parole.
In una realtà sempre più distopica e aberrante, dove sono sempre più numerosi i genitori che sostituiscono lo schermo a se stessi, alla relazione con i propri bambini (con tutto il suo portato di conflitti, frustrazione e mediazione, fondamentali per la crescita degli uni e degli altri) e all’esperienza (quella fisica, cognitiva ed emotiva che il bambino accumula quando agisce nel e sul mondo reale e che usa per attribuire significato al mondo stesso), quella parola mi ha ferita.
Criminale vuol dire “colpevole di delitti gravi”, “delinquente”, dunque un termine che, nell’accezione utilizzata da quel padre, ha un portato offensivo, giudicante, denigratorio. Tuttavia in psicologia sociale il comportamento criminale è “quello di certi individui che violano le leggi accettate dal gruppo sociale cui appartengono.” E allora, se oggi la legge accettata dal gruppo sociale è quella di allevare i bambini in un mondo fintamente privo di rischi, di relazioni e di esperienze… si, sono criminale. Perché quando parcheggiamo i bambini davanti a uno schermo fin da quando sanno tenere dritta la testa sul collo o quando li costringiamo a milioni di attività iperorganizzate, ipercontrollate e iperconfinate dagli adulti in contesti sempre più artificiali non lo stiamo facendo per loro, lo stiamo facendo per noi.
Lo facciamo perché abbiamo paura.
Siamo terrorizzati dal loro pianto e dalle loro frustrazioni, dalla possibilità che assecondando il loro naturale bisogno di muoversi, sfidarsi e rischiare si facciano male, temiamo in ogni istante di perdere il controllo, di non essere adeguati, di essere giudicati cattivi genitori e ci siamo convinti che essere buoni genitori, al contrario, voglia dire tenere i nostri bambini al riparo da ogni rischio, frustrazione e malcontento, evitare loro ogni dolore, relegando l’esperienza della sofferenza ad un’anomalia. Ma lo è davvero? Si può crescere (come bambini e come genitori) senza inciampare, senza sbagliare, senza rischiare, senza soffrire? Senza cadere non si impara a rialzarsi; senza rischiare non si impara a conoscere i propri limiti ne’ a impegnarsi per superarli; senza errori non si comprende che è possibile migliorare e non ci si impegna per farlo, senza soffrire non si scopre la propria forza e non ci si allena ad affrontare ciò che la vita ci porta. Il punto non è non soffrire, non farsi male, non sperimentare il dolore, il punto è avere gli strumenti interiori per fronteggiarlo, strumenti che possono essere maturati proprio con il tipo di esperienze che tendiamo a sopprimere, impedendo ai nostri ragazzi di crescere.
A ben guardare, chi sono gli immaturi?
Crescere vuol dire cambiare e cambiare è faticoso, implica metterci costantemente in discussione, interrogarci su cosa vogliamo cambiare e come possiamo farlo, disegnare orizzonti e uscire dalla nostra zona di confort per poterli raggiungere, impegnarci per mantenere la rotta e affrontare gli ostacoli che si frappongono tra il chi siamo e il chi vogliamo essere. Lo stesso è per il bambino, al quale è richiesto di imparare una quantità di cose che un adulto non sarebbe mai in grado di imparare, il coraggio di provare e riprovare, di cadere e di rialzarsi, la capacità di rispondere alle aspettative degli altri, la regolazione emotiva di fronte a ogni fallimento e divieto. Spesso le richieste che facciamo ai bambini e le regole che imponiamo sono per loro così incomprensibili, eppure essi si sforzano, compiono un’impresa enorme nel tentativo di corrispondervi, di imparare, di migliorare. Talvolta ci riescono, talaltra no, ma sempre, con immane forza e perseveranza, provano e riprovano. Tutto ciò è difficile e non può essere scevro da pianti, crisi, frustrazioni e piccoli incidenti ed ecco che, allora, piuttosto che cogliere le opportunità, accogliere il disagio e aiutare il bambino a superarlo, l’adulto interviene smussando angoli, evitando colpi, sedando il dolore o il malcontento con uno schermo, con un “se non piangi ti compro una bella cosa” o semplicemente sostituendosi al bambino nel fare ciò che non vuole o che non è ancora capace di fare. Quando piazziamo i bambini davanti allo schermo per sedare il pianto, per scongiurare la noia (e i capricci), per schivare richieste o in generale perché intravediamo una situazione problematica e foriera di conflitto, è questo il processo che stiamo interrompendo: un processo di crescita. Quello che facciamo è un’anestesia, uno psicofarmaco volto a sedare ogni rivolta, ogni pianto e ogni richiesta di fare esperienze che ci metterebbero in difficoltà, nonché di sopire il nostro enorme senso di inadeguatezza. Ma i conflitti sono occasioni per dialogare, spiegare, accogliere la frustrazione e imparare a regolarla e se non lasciamo che l’esplosione deflagri, i nostri bambini non potranno mai imparare a regolare le loro emozioni, a gestire la rabbia per un rifiuto, ad accogliere e mediare tra esigenze diverse o opposte, a stare nella relazione.
Non si tratta soltanto del ricorso agli schermi: oggi tutta l’impostazione educativa è posticcia e volta a scongiurare ogni tentativo di autodeterminazione del bambino e con esso ogni rischio e pericolo: l’animazione alle feste di compleanno, i giocattoli sempre più specifici che uccidono ogni fantasia e interpretazione, le esperienze all’aperto solo se imbracati, infagottati e corazzati, una vita sempre più priva di noia e tempi morti, le case sempre più asettiche, gli utensili sempre più inutili (coltelli che non tagliano, forbici che non bucano, forchette che non infilzano), tutto per scongiurare il pericolo. Forse che il pericolo che non vogliamo correre è che nostro figlio, crescendo, impari a fare a meno di noi? Perché l’altra faccia della medaglia quando parliamo di senso di inadeguatezza genitoriale è la paura che, a un certo punto, di mamma e papà non ci sia più bisogno e forse è per questo che impediamo loro di crescere, di progredire, di evolvere verso qualcosa che si discosta dalle nostre aspettative, dal nostro modo di essere, dal nostro egocentrismo, che ci mette a disagio. Ma la responsabilità degli adulti è precisamente questa: accompagnarli a diventare altro da noi e renderli pronti a lasciare la nostra mano.
Se i bambini vengono anestetizzati dagli schermi, neutralizzati da ambienti sempre più artificiali e controllati, umiliati da adulti sempre più frettolosi, spaventati e pronti a sostituirsi a loro, allora qualcosa va storto, la crescita si interrompe. La vita dei bambini di oggi è così: virtuale, artificiale, innaturale, è una finzione; salvo poi stupirsi nel ritrovarli impreparati, terrorizzati e incapaci di stare nel mondo e nella società quando, ormai ragazzi, tocca a loro gestire le difficoltà, affrontare la sofferenza, prendere decisioni, assumersi responsabilità. È allora che comincia la retorica asfissiante e insopportabile degli adulti a detrimento dei giovani. All’improvviso il mondo cambia: fino a ieri erano piccoli e non avevano colpa, oggi sono grandi e la colpa è tutta loro. È colpa loro se stanno sempre al cellulare (come se poi noi i genitori non facessero altrettanto), se non sanno prepararsi una valigia o un uovo fritto, se sono inetti e pigri, se non sono in grado di scegliere, riflettere, assumersi responsabilità. Colpa loro se sono incapaci di relazionarsi positivamente con gli altri, se sono sempre più oppressi da disturbi mentali e alimentari di ogni tipo, se non sanno gestire la rabbia e il conflitto. Colpa loro se violenza e bullismo dilagano. Gioventù bruciata, li chiamano in molti, ma in pochi si chiedono chi sia stato ad appiccare il fuoco.
E allora gli scogli?
Allora gli scogli sono un po’ una metafora della vita. Saltare da uno scoglio all’altro richiede di accettare il rischio di cadere e farsi male ma insegna a un bambino ad affrontare la paura, a conoscere i limiti del proprio corpo, a provare a superarli con coraggio e intraprendenza. Permette di imparare a vagliare le distanze, a scegliere il percorso, a valutare le proprie mosse e a muoversi su terreni tortuosi, implica l’assumersi la responsabilità delle proprie scelte, accettare le conseguenze e trovare le risorse per pagarle. Vuol dire imparare a rialzarsi se si cade, a riprovarci se non ci si riesce e a farsi coccolare se ci si fa male, notando che chi ha fatto un passo indietro per consentirti di rischiare è comunque accanto a te, pronto a tenderti la mano per rialzarti. Insegna ai genitori a non trasmettere ai bambini paure e timori che sono e devono restare solo nostri, a fare un passo indietro se il bambino dice “ce la faccio”, a dire “sono qui” piuttosto che “ti avevo avvertito”, ad essere vigile e concentrato su di lui e a rispondere con sincerità “ti guardo” quando dice “mamma, guardami!”, a lasciare che ciascun bambino segua il suo percorso, per quanto accidentato e contorto, a mostrare i rischi e le strategie per minimizzarli piuttosto che rimuoverli, insegnando a fare lo stesso con i problemi e le sfide della vita. “Saltare sugli scogli è pericoloso”, dice qualcuno. Saltare sugli scogli può essere pericoloso. Lo è sicuramente se non ci sei arrivato gradualmente, mano nella mano, passo dopo passo, prima sul marciapiede, poi lungo le scale, poi sui sassolini, poi su un tronco caduto, poi sul ramo più basso… Saltare sugli scossi può essere pericoloso come diventare grandi se, prima di farlo, qualcuno non ti ha accompagnato mano nella mano, passo dopo passo, concentrato e vigile in quel processo graduale, in quella sequenza di passi, di rischi, di esperienze.
Al riparo da ogni tipo di schermo e da ogni tipo di anestesia, al riparo da una società che considera i bambini incompetenti e privi di strumenti, che li vuole catatonici e annichiliti e che considera “problematici” quelli che non lo sono, al riparo da una vita morta e artificiale, abbiamo spronato fin da subito nostro figlio a sperimentare e sperimentarsi, a crescere a contatto con ciò che è reale, nella relazione piena e non distratta col mondo, con la natura, con gli altri, accogliendo e provando a gestire ogni singola crisi in ogni singolo luogo e momento, permettendogli di scegliere, sperimentare, assumersi rischi, cadere e rialzarsi tanto in senso fisico quanto in senso figurato e insieme a lui siamo cresciuti provando a risolvere noi stessi, le nostre frustrazioni più nascoste, il timore che di noi, delle nostre vite e dei nostri desideri di prima non restasse niente, cambiando, migliorando e scegliendo cosa tenere e cosa archiviare dei nostri modelli educativi. Io ho tenuto la natura, il tempo assieme nella luce del sole che gocciola dagli alberi, il mormorio distinto del fiume e la voce celata delle rocce, la cura delle mani che si tengono, la libertà di andare avanti.






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