Guerrilla gardening: educazione ambientale nel giardino sotto casa

“I codirossi spazzacamino sfrecciavano da una chioma all’altra urlando a gran voce, allarmati dalla nostra presenza mentre i passeri, meno irrequieti, si limitavano a guardarci dall’alto. Più in là, sul tronco screpolato dell’albero di giuda, le cimicette rosso-nere cercavano nascondiglio sotto le scaglie della corteccia mentre una lucertola si godeva il piacevole sole ottobrino. Il terreno reso umido dalle abbondanti piogge di fine estate era morbido e soffice e lasciava penetrare facilmente la zappa. Non ci sarebbe voluto molto a fare un fosso sufficientemente profondo per mettere a dimora la bella roverella ormai grande che avevamo allevato sul balcone se non fosse che ad ogni zappata venivano fuori lombrichi e larve di maggiolino. Li prendevamo delicatamente e li tenevamo da parte per poi poterli rimettere al loro posto, dove avrebbero potuto continuare a fare il loro lavoro. Questo allungava i tempi ma ci dava la possibilità di sbirciare la vita lì dove l’occhio umano non puó arrivare. Intanto i merli e le ballerine bianche, attratti dalla possibilità di un così facile banchetto, ci osservavano da lontano, pronti ad approfittare di una nostra distrazione… “

Ció che sembra evocare un’atmosfera bucolica, lontana dal grido dell’urbanizzazione, è in realtà la semplice descrizione di ció che abbiamo visto travasando una pianta in un giardinetto pubblico in piena periferia di Napoli. Sembra improbabile ma anche in piena città, li dove il cemento sembra soffocare tutto, basta un fazzoletto di verde e un pó di allenato spirito di osservazione per fare scoperte sorprendenti e venire a contatto con la biodiversità. Uno dei modi migliori per farlo è proprio quello di piantare piante o, ancora meglio, di curare un piccolo orticello. Dietro un’attività in apparenza così semplice, si celano infatti innumerevoli implicazioni educative e un grande esercizio di cittadinanza: si impara a considerare il territorio come la propria casa, ci si prende cura dei propri luoghi, li si migliora e così facendo si migliora il proprio ambiente di vita, si genera un’influenza positiva sugli altri, si sta più tempo all’aria aperta, godendone i benefici psichici e fisici, si impara a conoscere e rispettare la natura, si fanno scoperte scientifiche, si impara a conoscere le altre specie e si superano i timori legati ad esse.

Tutti effetti di cui i bambini, ed in particolare quelli che vivono in città, hanno estremamente bisogno. Trovare un posto adatto non è difficile: il cortile della scuola, un’aiuola incolta, il cortile della parrocchia, un’area messa a disposizione dal comune, l’importante è cominciare perché i bambini hanno bisogno di lavorare a progetti concreti, di sporcarsi le mani, di utilizzare le proprie energie, di vivere in luoghi e territori curati ma anche di comprendere che abbiamo tutti il diritto e il dovere di prenderci cura dei nostri luoghi, che siamo protagonisti e non fruitori della gestione dei nostri ambienti di vita. Soprattutto i bambini hanno bisogno di natura, di stare all’aperto, di partecipare concretamente e proficuamente alla vita della comunità, di sentirsi utili, di comprendere che i luoghi in cui viviamo non sono solo luoghi dell’uomo ma ecosistemi che condividiamo con una miriade di altre specie con le quali è utile collaborare e delle quali possiamo godere.

Per questo una delle attività che propongo spesso alle scuole è proprio la realizzazione di orti e giardini per la biodiversità. Progetti in cui piantare piante non è il fine, ma il mezzo per guardare con occhi diversi sopra e sotto la terra, per scoprire il ruolo di ciascuna di quelle piccole vite insolite sulle quali posiamo gli occhi o le mani, per capire che prendersi cura del territorio vuol dire prendersi cura dell’ecosistema e di sé stessi assicurando che esso continui ad essere una fitta e intricata rete di relazioni (un pó come quell’intricata rete di radici che viene fuori quando affondiamo la zappa) all’interno della quale siamo immersi anche noi.

Non bisogna dimenticare, poi, che soprattutto quando si lavora con bambini molto piccoli e allevati essenzialmente al chiuso, l’immersione diretta in natura puó essere controproducente perché eventuali timori nei confronti degli elementi naturali possono avere un effetto bloccante sul bambino e quella che voleva essere un’esperienza positiva puó trasformarsi in un ricordo negativo. In questi casi il lavoro in giardino o nell’orto e comunque in un ambiente confinato e familiare, puó essere un anticamera del lavoro in natura, un luogo in cui il bambino comincia a sperimentare la natura lentamente, sentendosi protetto e acquisendo gradualmente la sicurezza per passare ad ambienti più selvatici.

Ecco che la cura di un orto o di un giardino, se attuata con criteri e obiettivi educativi, si trasforma in un esercizio di educazione ambientale e allo stesso tempo in un esercizio di educazione civica. Del resto alzi la mano chi crede che le due cose siano separate.

Un pó come dire che per promuovere una cittadinanza attiva e consapevole è necessario andare a zappare. Ci avevate mai pensato?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: